Ai nostri tempi, parte I

Pietro Ralli *

Ai nostri tempi

1ª parte

È sempre più raro, oggi, trovare un anziano, un vecchio che inizi un discorso con queste parole per raccontare il suo passato, le sue esperienze.

Tutti hanno fretta, tanti non hanno la pazienza di ascoltare racconti di una società diversa, che non c’è più, esperienze di lavoro, ricordi di gioie e di sofferenze … non interessano più.

Probabilmente la consapevolezza di quello che si è vissuto tanti anni fa non solo non suscita interesse, ma è una delle cause della malinconia e della solitudine di tanti nostri vecchi.

Ai nostri tempi … era allora il desiderio di voler raccontare ed insegnare ai figli a ai nipoti a vivere ed operare onestamente, rammentando le esperienze vissute.

Oggi questo non serve più. C’è la TV, ci sono i telefonini … bisogna andare sempre più in fretta, manca il tempo e la pazienza per ascoltare le storie raccontate da un vecchio, non avvertendo, oltretutto, che l’ascoltare sarebbe un gesto di rispetto e di meritato amore.

Così la vita dura trascorsa dai nostri avi contadini, la loro saggezza, la loro moralità, la loro fede si smarriscono senza ricordi.

È certamente cosa giusta e dovuta desiderare che questo non avvenga. Della memoria di antichi valori ha sempre più bisogno la società del nostro tempo.

È quindi utile parlare di quella vita così come era vissuta finché, almeno per la prima metà del novecento ci sia ancora qualcuno che possa darne testimonianza. Parlare quindi della vita dei nostri avi, del loro lavoro, delle loro case, della loro povertà, della loro saggezza, delle loro religiosità, delle loro speranze è proprio utile e necessario, particolarmente per tanti giovani oberati oggi da pesanti difficoltà e dalla drammatica incertezza del loro domani.

La famiglia ed il lavoro dei contadini nella prima metà del ‘900

Oltre la cinta muraria della città c’era la campagna. C’era lo spettacolo meraviglioso della pianura coltivata con l’alternarsi di colori e di profumi a seconda delle stagioni.

C’erano le case dei mezzadri e, più rare, le case di alcuni piccoli proprietari coltivatori diretti.

I proprietari della terra, ripartita in poderi, costituivano “la Fattoria”. Il Padrone abitava nella casa o villa padronale. Gli attori di ogni Fattoria erano il padrone, il fattore, il guardia, i mezzadri. La mezzadria era il contratto che associava il padrone proprietario ed il capo della famiglia colonica. Il padrone conferiva il podere ed il colono mezzadro con la sua famiglia il lavoro per l’esercizio delle varie attività. Si dividevano a metà le spese ed i ricavi e, alla fine dell’anno, nello “scrittoio” del padrone, si facevano i conti e si sanzionava il saldo colonico.

Il ‘padrone’

Le case dei mezzadri, molto vecchie o antiche avevano una loro estetica dignitosa; ma era duro il viverci per le famiglie in genere numerose: stanze assai fredde d’inverno, a tetto, senza soffitto e calde d’estate. La cucina era molto grande.

Il “capoccia”, in ogni famiglia, era il più anziano e la sua sposa era la “massaia”. Si diceva: una famiglia patriarcale.

Gli uomini

Ogni giorno si accudiva il bestiame. In ogni stagione si dava corso alle colture fondamentali: grano per il pane, granturco per la polenta, avena, erba medica e biade per il bestiame.

Ogni casa colonica era al centro di un grande spazio: l’aia. C’era la stalla dei bovini, la porcilaia; c’erano le capanne per gli attrezzi, il seccatoio per il tabacco. Nell’aia gli spazi liberi per i “moncelli” del grano da trebbiare, le “mucchie” per il fieno, alimento dei bovini e il “pagliaio” per il loro letto. In genere la stalla dei bovini era sotto la grande cucina ed ospitava un buon numero di vacche fattrici di razza chianina, i vitelli ed almeno due buoi maestosi e mansueti per il lavoro dei campi: erano torelli castrati.

I vitelli maturi venivano portati al mercato del sabato e venduti, dopo una lunga trattativa, sanzionando il costo con una stretta forte di tre mani sovrapposte: quella del venditore, del compratore e del sensale.

Gli animali da cortile, polli, galline, “oci”, “nane”, conigli, piccioni, erano custoditi dalle donne. La famiglia ne mangiava qualche capo la domenica o nei giorni di festa. I restanti la massaia li portava al mercato in Piazza Grande, dopo aver pagato per ogni capo la “gabella” quando passava dalla porta delle mura.

Con il ricavato della vendita veniva comperato quanto necessario per la famiglia: sale, zucchero, caffè, un pezzo di “lesso”, spesso un bel pezzo di “polmone” che poi veniva cucinato con maestria. Con il ricavato si compravano le scarpe, gli zoccoli, i “panni” da lavoro e la stoffa per i vestiti, in particolare per quelli delle nuore, avendo cura di non fare differenze.

I ragazzi attendevano con ansia il ritorno della nonna poiché nelle borse piene e pesanti c’era sempre un “pizzico” di caramelle o “buoniduri”.

Ogni sera, prima di cena, la famiglia si riuniva in preghiera. La massaia diceva il rosario e tutti rispondevano in coro. Preghiere particolari erano rivolte a Santa Lucia protettrice della vista, a San Mauro protettore dell’udito, a Sant’Antonio protettore degli animali e a San Paolo per al protezione dagli uragani e dalle grandinate. Tante “avemmarie”, tanti “gloria patri” ed infine tante “requiemeterne” per i defunti. Le preghiere si concludevano con il canto popolare alla Madonna “Maria mater gratiae”.

Tutte le preghiere erano dette in latino, sicuramente stravolto e non ben compreso ma recitate con una devozione infinita.

Poi alla luce incerta di un lume a petrolio o a carburo la massaia versava la porzione nei piatti, in genere minestra di pane con fagioli o polenta di granturco con “baccalà”.

Successivamente mentre le donne rigovernavano o mettevano a “posto” la cucina, il “capoccia” dava le disposizioni per le faccende del giorno dopo.

Tutte le domeniche e per le feste “comandate” le donne andavano di buon mattino alla prima messa. Gli uomini più tardi alla messa cantata e poi si fermavano nel sagrato della chiesa per fare quattro chiacchiere.

Poi, tutti insieme, quando la campana suonava il mezzogiorno, a tavola per il pranzo festivo.

Dopo il pranzo i nipoti accerchiavano il nonno per farsi raccontare una novella; di buon grado il nonno li accontentava con voce stentorea e mimica adeguata. Gli adulti nel pomeriggio si sfidavano per la solita partita a carte con gli amici avendo, magari, una caramella come posta.

Così trascorrevano i giorni di festa, non di rado accogliendo i fidanzati delle ragazze in età da marito.

*

Socio del Club

Immagini di vita contadina “ai nostri tempi

 
Il ‘prete’ in ogni casa contadina


Il calesse


L’aia

 

 

Share this Post