Pietro Ralli *

CONVIVIALE IN PRATOMAGNO

Incredibile, ma è successo!

Per l’amore dell’amico Paolo Rosi verso la montagna preferita, per la sua conoscenza di ogni sentiero e ogni anfratto, per le sue scorribande nei costoni impervi che guardano il Valdarno e nelle pendici morbide che guardano il Casentino, infine per la sua insistenza, il Rotary Club Arezzo Est ha consumato, all’ombra della Croce di Pratomagno la prima, forse unica, conviviale montana.

Grazie, amico Rosi, per averci portato, o ricondotto lassù e grazie anche per la pregevole e ammirabile “Piccola Guida”, che io dico grande guida, che segna il ricordo di una bella giornata – il 28 maggio 2005 – e rimane, in buona vista, nelle nostre biblioteche.

Ad essi, a queste condizioni di vita, pensava un montanaro aretino, Amintore Fanfani, allora uomo di governo, che inventò la “Legge per la Montagna”, veicolo per consistenti finanziamenti dello Stato a favore delle zone montane.

Per chi non conosce questa montagna che porta sulle spalle del suo lunghissimo crinale il “Grande Prato”, c’è una storia bella, vissuta dagli aretini a cominciare dagli anni 1950.

Povertà, miseria, esodo erano la nota triste di questa, come di tante altre zone montane. Mancavano le strade, la corrente elettrica, gli acquedotti, mancava il lavoro per i residenti degli antichi centri abitati.

Il massiccio del Pratomagno visto dal Valdarno

L’autorevole personaggio sollecitò, allora – nel 1954 – il Corpo Forestale dello Stato, tramite l’Ispettorato Forestale di Arezzo, a promuovere un’azione mirata a dar vita al “Consorzio del Pratomagno” a cui aderirono tutti i comuni i cui territori insistevano nei versanti della montagna, la Provincia, la Camera di Commercio e l’Ente per il Turismo.

Il Consorzio del Pratomagno fece redigere un progetto di sviluppo mirato a questi scopi: – limitare l’esodo delle leve più giovani;

  • assicurare condizioni di vita dignitose per chi rimaneva, ed erano i più anziani;
  • difendere il territorio e regimare le acque;
  • promuovere lo sviluppo economico, creando posti di lavoro, favorendo le produzioni silvopastorali, avvalorando le vocazioni turistiche;
  • dare vita ad un esperimento pilota con la creazione di una nuova foresta demaniale con l’acquisizione di un vasto comprensorio alla proprietà del Demanio dello Stato.

Scelta primaria ed essenziale fu la tutela del territorio, onde evitare ogni turbativa dell’ambiente, adottando il “Vincolo di tutela Paesistica” al di sopra dei 700 metri di quota, per impedire speculazioni e colate di cemento e favorire lo sviluppo, anche con edilizia abitativa, degli antichi centri abitati, appollaiati nei versanti della montagna.

Si può dire oggi che il Pratomagno, in virtù di questi provvedimenti, è la montagna più rigorosamente tutelata della Toscana.

Fu allora prevista e poi realizzata una strada di penetrazione – la Panoramica – che va dalla provinciale della Crocina fino al congiungimento, presso il monte Secchieta, con la strada per Vallombrosa, la Consuma e Montemignaio, percorrendo per la prima parte il versante valdarnese per passare, poco prima del Varco di Castelfranco, su quello casentinese, con un breve tratto in galleria per non interrompere la continuità dei famosi prati

Fu altresì previsto, per rompere l’isolamento degli antichi centri abitati, tutti ubicati in cima a strade senza sbocco, alla quota di 700 – 900 metri, di collegare i medesimi con la Panoramica: dal Valdarno Anciolina, Chiassaia, La Trappola, Pulicciano; dal Casentino Pontenano, Faltona, Quota, Raggiolo, Cetica.

Veduta di Chiassaia

Come ‘emergenze’ di servizio forestale, turistico e sociale, furono previsti due rifugi: il rifugio di Monte Lori e il rifugio della Fonte del Duca, sotto la Croce di Pratomagno: due centri di ristoro e di soggiorno, destinati in particolare a scolaresche in visita guidata, per insegnare ai giovani a capire, conoscere, rispettare, la natura, le sue risorse, la sua bellezza.

 

Cetica

Anciolina

La costituzione delle Regioni – 1970 – sanzionò il passaggio dei poteri e della gestione della foresta demaniale dal Corpo Forestale dello Stato alla Regione Toscana.

Al momento della consegna – 1972 – la viabilità era realizzata in notevole parte: tutta la Panoramica (solo in parte asfaltata), i collegamenti con l’Anciolina, con La Trappola, con Quota, con Cetica (anch’essi solo in parte asfaltati).

Appena iniziati, e poi rimasti incompleti, i collegamenti con Pulicciano, Raggiolo, Castel Nuovo di Faltona.

Completato, pronto per l’apertura, il rifugio di Monte Lori e finanziata, ma non iniziata, la costruzione del rifugio della Fonte del Duca.

Purtroppo una esasperata e ideologica visione della tutela ‘totale’ della montagna – sbarrando persino gli accessi – decretò la fine del rifugio di Monte Lori, abbandonato alla deturpazione distruttiva dei vandali e l’annullamento della costruzione di quello della Fonte del Duca.

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Di buon mattino, il 28 maggio 2005, iniziò l’avventura, sotto la guida di Rosi, ormai sereno e tranquillo per il buon tempo e la giornata soleggiata che si profilava.

Così ci avviammo per la Panoramica, subito affascinati dalla bellezza della montagna.

Oggi – dalla Panoramica e dal lunghissimo crinale di prati, un dolce e continuo succedersi di ondulazioni, di vette arrotondate, di luci e di ombre, dalla Croce di Pratomagno in particolare – pochi spettacoli sono pari a quelli che si presentano a chi percorre le nuove strade e gli antichi sentieri: panorami infiniti a perdita d’occhio, una gamma di luci e di ombre, di colori che pervadono gli abitati della valle dell’Arno, del Casentino e

e del Valdarno, andando, in lontananza, dal Falterona alla Verna, dall’Alpe della Luna al monte Nerone, al Catria, ai Sibillini, al Terminillo, al Cetona, alla rocca di Radicofani, all’Amiata, alle Alpi Apuane. E, se non c’è foschia, dalla Croce si intravede Siena e più lontano un filo azzurro del mare grossetano, e, ancora, uno spicchio di Firenze con il cupolone e il campanile di Giotto.

Non per nulla i pittori fiorentini e toscani del quattrocento presero a modello dei loro dipinti e affreschi paesistici questi colori, questi monti, queste valli.

Camminando sotto una galleria di verde dalle tante, delicate, sfumature con spicchi e scorci di panorami, ci fermammo appena al ‘curvone’ dell’Anciolina, bellissima, appollaiata sotto vento a sud del suo colle, sotto la protezione immaginaria di un castello che non c’è più.

E intravedemmo grumi di case, Casale, Chiassaia, la Villa, Poggio di Loro, La Trappola, su, a mezza costa e, sotto, gli spazi infiniti della valle e delle lontananze. Passammo, poi, per la scogliera aspra delle Pennucce incuneata della montagna.

Fu qui che vissi personalmente, operando io per il Corpo Forestale, un’esperienza singolare. Con una squadra di 5 o 6 operai si stava picchettando questo tratto della Panoramica. La zona era impervia, a malapena si stava in piedi.

Erano i primi di novembre, forse del 1960. Ci prese una improvvisa bufera di neve.

Non era possibile continuare.

Fu deciso di consumare il pranzo frugale che ciascuno si era portato. Avanzò una aringa. Che farne? Guerrino, un operaio i cui i pantaloni portavano tante toppe da non capire più quale era il tessuto originario, disse: “Quando nevica… non scherza! I boscaioli, con il sopraggiungere dell’inverno, appendono al ramo di un faggio quello che avanza, in modo tale che non possa essere raggiunto dagli animali”.

L’aringa fu appesa ad un ramo del faggio che ci sovrastava. All’inizio della primavera successiva ripartimmo con i lavori da lì e lì era l’aringa, intatta come quando fu appesa: la mangiammo, era buona come quando era stata lasciata.

Andando avanti incrociammo il bivio della Trappola e intravedemmo, appena sotto, il tetto della “Casetta del Bercio“. Parve allora di sentire il bercio del caporale che avvertiva essere l’ora della sosta per i boscaioli di Bettino Ricasoli che, nella seconda metà dell’ottocento, aveva dato avvio ai primi rimboschimenti di pini e di abeti, nella sua proprietà. Lui uomo illustre e mecenate della sua montagna, liberale e membro del governo sabaudo che, dal non lontano castello di Brolio, saliva in estate alle frescure della sua Trappola. Sostammo qualche attimo allo sbocco della galleria della Panoramica per uno sguardo, pieno di stupore, all’alto Casentino. E salimmo poi per i soffici prati, fino alla Croce di Pratomagno. Una croce di ferro, imponente e altissima, sfidata in inverno dai venti di tramontana, dalla neve e dal gelo. Sommersi nel grande scenario, socchiudendo gli occhi parve di sentire e di vedere, dalla parte di Raggiolo, una lunga processione di uomini e di donne salmodianti e di animali. Nei basti dei muli e nelle spalle degli uomini i pezzi di ferro della croce da erigere sulla vetta; guidati da don Bordoni, allora parroco di Raggiolo. Era l’estate del 1928. Veduta di Raggiolo

Al di sotto della croce, verso il Valdarno, giù in basso, il piccolo grumo di case della Rocca, il più antico nucleo abitato del comune di Loro Ciuffenna, tra forre e dirupi e boschi impene trabili ove, si dice, originariamente si rifugiarono profughi politici o, forse, briganti ricercati. Vidi per la prima volta la Rocca quando l’Ispettorato Forestale decise, per ridarle vita, di costruire una lunga strada, partendo dall’abitato di Modine. Piccole case, modeste, pareti murate in terra, in parte rovinate.

Ci vide passare per il piccolo borgo dominato da una piccola chiesa, una vecchietta, sola, l’unico abitante in quel momento della Rocca…

Ho saputo che ci farete la strada. Accettate un ‘goccio’ di vino bianco, non ho altro da offrirvi”. Commossi portammo il bicchiere alla bocca: il vino era aspro e acido. Ma non potevamo non berlo.

.Sulla vetta del Pratomagno (sullo sfondo, Rocca Ricciarda)

E guardando dalla croce verso il Casentino, appena sotto una vasta, lussureggiante pineta, lì, nel 1954, sotto la guida dell’Ispettorato Forestale, prese avvio un cantiere di rimboschimento: 170 operai. Da Quota era iniziata la costruzione della strada verso la Panoramica.

Mi fermai con quegli operai alla sosta di mezzogiorno. 

evo il mio zainetto con il pranzo. Loro un ampio fazzoletto scozzese con il proprio pranzo. Mangiavamo insieme, io una piccola frittata, loro – con mia meraviglia – la polenta di castagneEra di agosto. “Ma come, di agosto mangiate la polenta di castagne?”, domandai ad un operaio, di soprannome chiamato Tassello. Mi rispose: “Noi se va bene, il pane possiamo mangiarlo la domenica”.

L’episodio l’ho raccontato alle mie nipotine che mi guardavano distratte e forse annoiate per averlo da me sentito altre volte.

La polenta di castagne

Generazioni di pastori hanno pascolato per secoli i loro greggi di pecore sui prati del Pratomagno.

Ci sono ancora i ruderi di capanne di frasche e di mota ove vivevano quei pastori, vicino ai quali giacevano grossi cani bianchi e appesi ad un palo tintinnavano gli oggetti per la mungitura, secchi e forme, e la pentola per far bollire l’acqua cotta. Mentre, più in basso, si vedeva il tenue fumo delle carbonaie.

 

Pastori arrivati al piano foto d’epoca)

Da qui partivano con i loro greggi per una lunga e tormentosa transumanza verso la Maremma con le brume dell’autunno, per tornare qui al rifiorire della primavera.

Si era fatta l’ora del pranzo, l’ora della conviviale. Tutto era pronto presso il ristorante di Giocondo.

Una bella costruzione in arenaria serena, curata e murata, pietra su pietra, da Giocondo Ciabatti di Quota, con l’aiuto dei suoi familiari.

La memoria torna al 1954, al cantiere di rimboschimento. Tra i 170 operai c’era anche Giocondo, un uomo pacato, sempre sereno e sorridente.

Lui si intendeva anche di mu-

ratura. Lo chalet “Da Giocondo”

Tanti venivano da Firenze. Non c’era alcuna possibilità di ristoro. Capitavano lassù numerosi viandanti che andavano alla Croce, guardie forestali in servizio, cercatori di funghi. C’era, in località “Le Ceraie”, poco sopra, una capannina di legno. Si domandò se qualcuno, tra gli operai, forse disposto a usare la capannina portando su qualche bibita, un po’ di prosciutto e panini.

Giocondo si fece avanti e disse: “Posso farlo io”.

Così nacque il ristorante di Giocondo. A me piace chiamarlo La Capannina, come all’inizio. Ci sono voluti tanti anni, tante pene, tanta fatica per far diventare il locale bello e accogliente come ora si vede. L’avventura, davvero epica, ha visto una famiglia compatta. È nata e perdura con una gestione familiare animata da un legame antico e indistruttibile con il Pratomagno. La moglie Giorgia in cucina, i figli Cesare e Sonia, ambedue laureati, passano lassù, anno dopo anno, le loro ferie estive e i giorni di festa e servono ai tavoli gli avventori, sempre più numerosi. Sia detto fra parentesi, con un rammarico che portano dietro da sempre, quello di non poter disporre dell’energia elettrica e dover mantenere l’illuminazione e i servizi con dispendiosi generatori di corrente.

Proprio così, perché l’Enel, tornato ad una gestione privatistica, come le antiche società elettriche private prima della nazionalizzazione, non trova economicamente conveniente portare la luce lassù.

Vergogna! Perché la corrente elettrica è un pubblico servizio, come lo è anche il ristorante di Giocondo. La vicenda appare incredibile e persino paradossale.

Ma a parte questo è doveroso dire che è stata proprio una bella conviviale. Con un pranzo allietato da un ottimo menù secondo la cucina tradizionale: c’erano persino i funghi porcini fritti. E la relazione chi l’ha tenuta?

Già, c’era anche il mitico dr. Aldo Tocci, ex direttore dell’Istituto Sperimentale per la Selvicoltura, con la gentile signora: una presenza utile e preziosa, ma in realtà non c’è stato alcun relatore e alcuna relazione. Solo un lungo parlare insieme del Pratomagno, raccontare episodi di vita vissuta, avvenimenti, appagare curiosità… le cose, i fatti, le

storie descritte in questo resoconto. Con un tempo che è stato persino più lungo e sicuramente meno noioso di qualche usuale conviviale.

È stata proprio una bella conviviale!

Serve sicuramente ricordare pagine di storia, anche recente, di questa bella montagna, perché anche le testimonianze sono un contributo alla sua conoscenza e alla sua tutela. I suoi colori, i suoi fiori, i suoi frutti, i suoi prodotti; l’alitare delle fronde della querce più in basso, e più su del castagno, e più su ancora del faggio; e il brusio dei pini e degli abeti, il camminare a piedi per i tanti sentieri, ora segnati dal CAI, e il sentire lo stupore per la vista degli spazi, che improvvisamente si aprono, dei meravigliosi infiniti panorami: c’è, in tutto questo, qualcosa che ti fa sentire più vicino al Creatore.

In questa sintesi meravigliosa di armonie e sensazioni, si recupera la traccia più apprezzabile dei rapporti e delle relazioni tra l’uomo di oggi e la natura, si scopre anche un modo edificante di utilizzare il tempo libero.

 

Dopo una puntata ai Bagni di Cetica, passando sotto l’ombra del castello di Poppi, siamo tornati ad Arezzo.

 

Grazie amico Rosi, è stata davvero una bella giornata!

 

I nostri rotariani alla Croce del Pratomagno (1591 m. s.l.m.)

*
Socio del Club

 

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