Pietro Ralli *

Ai nostri tempi

2ª parte

La religiosità della famiglia contadina

C:\Users\Paolo\Desktop\processione del Cristo morto.jpgPer le famiglie dei mezzadri nella prima metà del ‘900, la durezza della vita, del lavoro e spesso della miseria, si accompagnava ad una grande fede e religiosità. Le festività religiose erano occasioni frequenti per stare insieme in una larga comunione di pensiero e di fraternità.

La prima festa religiosa dell’anno era la Pasqua.

Le funzioni religiose per la Passione, la Crocifissione, la Morte e la Resurrezione di Gesù erano intensamente vissute. Per la loro preparazione di sera, per quattro venerdì, si partecipava alla Via Crucis, sostando per un commento del parroco ed una preghiera ad ognuna delle quattordici “stazioni” segnate da appropriate immagini sulle pareti della chiesa.

In questo periodo il prete passava a benedire le case. Le donne preparavano l’accoglienza dell’”acqua santa” con la più rigorosa pulizia dell’anno, esponendo le migliori coperte sui letti e la tovaglia grande, tessuta al telaio con la canapa filata che non mancava mai in nessuna casa, sulla tavola della cucina. Era tanta l’attenzione alle pulizie per questo momento dell’anno, che quando una donna occupava troppo tempo per spazzare o spolverare si usava dire: “Che fai? Pulisci per l’acqua santa?”.

Sopra la tavola c’era sempre un cesto pieno di uova che venivano benedette dal prete con l’aspersorio. Erano le uova benedette che si sarebbero mangiate sode nella prima colazione del mattino di Pasqua accompagnate a fette di “pan unto”, un pane impastato con un tocco di zafferano e con strutto di maiale. Con l’uovo benedetto preso da ogni familiare era invalsa l’abitudine di fare “tucci, tucci” ossia sbattere insieme le punte delle uova sode: in questa semplice battaglia vinceva chi rompeva il guscio dell’uovo all’altro suscitando le risa dei presenti.

Il Giovedì Santo, il giorno della Passione e Morte di Gesù, si spogliavano gli altari, si coprivano le immagini sacre, si “legavano” le campane e, in loro vece, si suonava il “crialesei” uno strumento di legno che emetteva suoni secchi e lugubri. Si praticava, come espiazione dei peccati, il grande digiuno che doveva durare fino al tardo pomeriggio.

Nella funzione serale, in una chiesa affollatissima, il prete ricordava il momento della morte dolorosissima di Gesù. Proprio allora tutti pestavamo e battevamo con gran fracasso, come se fosse il terremoto, piedi e mani sulle panche.

Ogni famiglia portava in chiesa un vaso di fiori ed un lumino di cera per preparare il Santo Sepolcro ove la pisside con le ostie consacrate veniva trasferita nell’apposito tabernacolo.

La veglia a Gesù morto era mesta e silenziosa, interrotta solo da preghiere recitate dal parroco. Poi bisognava, per acquisire le indulgenze, far visita ad almeno sette sepolcri nelle parrocchie vicine.

Il Venerdì Santo, a notte, si dava luogo alla processione del Gesù morto e della Madonna addolorata. Ogni partecipante portava una candela con un paralume di carta colorata. Le finestre lungo il percorso si ornavano di “lumi” accesi.

Alla messa della mezzanotte, tra il sabato e la domenica di Pasqua, si scioglievano e risuonavano tutte le campane; si accendevano in Chiesa tutte le luci. Il parroco indossava i paramenti dorati più belli e preziosi, come i parrocchiani indossavano i vestiti della festa.

Spesso la Pasqua coincideva con l’inizio delle “quarant’ore”. Il Santissimo, a mezzogiorno, veniva solennemente esposto nell’ostensorio d’oro all’adorazione dei fedeli e mai, neanche un minuto, poteva essere lasciato solo. Per garantire una presenza continua i fratelli della Compagnia della Parrocchia [1], in cappa bianca, si alternavano a coppie ogni due ore.

Il mese di maggio era dedicato alla Madonna. Dopo il tramonto si andava in chiesa alle funzioni. Tutti cantavano a voce spiegata le litanie e le laudi mariane. Non mancava mai il “Bianca Regina Fulgida”, inno scritto e musicato dal mai dimenticato canonico Coradini, parroco della Santissima Annunziata e organista del Duomo [2].

Il fascino del mese di maggio era tutto particolare. Al ritorno a casa, dopo la benedizione, il buio della notte era costellato da miriadi di lucciole: era uno spettacolo fantastico della natura che oggi non si vede più. I bambini spronati dai grandi si affannavano per acchiapparne qualcuna, mentre i genitori canticchiavano per i più piccoli “lucciola lucciola, galla galla, metti la briglia alla cavalla, la cavalla è del re, lucciola lucciola, vien da me”. Se una lucciola veniva acchiappata al bambino si suggeriva, appena giunti a casa, di metterla sotto un bicchiere. Naturalmente la mattina successiva avrebbe trovato, proprio sotto il bicchiere, un soldo.

Nella penombra non mancava qualche strusciamento sbarazzino o qualche bacetto furtivo fra giovani innamorati, magari con la complicità della vigile mamma della ragazza che, se il “ganzo” le garbava, faceva finta di non vedere.

Era d’obbligo, in quel magico mese, portare in ogni casa, ogni giorno, un fiore all’immagine della Madonna: una rosa, un fiordaliso, un bottone d’oro, una margherita.

Sempre nel mese di maggio, una volta alla settimana, di mattina molto presto, quando appena albeggiava, per non rubare tempo al lavoro, dalla chiesa partiva una processione attraverso viottoli e tratturi tra i campi, soffermandosi ad ogni crocicchio per al benedizione delle messi, con invocazioni a Dio per la loro protezione dalle tempeste e dalle grandinate. Erano le “Rogazioni”.

Passato il mese di maggio si festeggiava la ricorrenza dell’Ascensione di Gesù al cielo. L’A-scensione, per San Leo in particolare, era una grande festa paesana, in chiesa e nel paese. Era una intera giornata di sana allegria animata, annualmente, da tante manifestazioni e giochi popolari alla quale partecipavano tante persone dai paesi vicini.

C’era l’“albero della cuccagna”, un tronco di abete sottile e molto alto, liscio e levigato, unto con sapone fatto in casa e ridotto allo stato cremoso tenendolo nell’acqua, scivoloso quanto mai, tanto da rendere assi difficile l’arrampicarsi dei più giovani e forti che tentavano più volte. Alfine ci riuscivano e si facevano propri i premi appesi sulla cima: un salame, una finocchiona, un fagotto di biscotti fatti in casa e quant’altro di appetitoso.

C’era la corsa delle “micce” cavalcate a pelo, sempre imbizzarrite per la folla che urlava e per le botte, caparbiamente decise a non andare per il verso giusto, suscitando risate a non finire finché almeno una non arrivava al traguardo.

C’era la corsa degli insaccati: uomini e donne che cercavano di correre con i piedi dentro a una “balla” legata alla vita.

C’era il “tiro alla fune”, c’era la corsa a piedi e la corsa in bicicletta.

Per chi aveva qualche soldo da giocarsi c’era il gioco del “Tutto”: cinque buchette nello sterrato in un piccolo quadrato sulle quali si cercata di spedire, da rispettabile distanza, una grossa palla di ferro. I soldi della posta venivano messi da ogni giocatore nella buca di centro. Chi proprio in quella buca riusciva ad infilare la palla di ferro gridava: “chiobera” e prendeva tutta la posta.

Così si arrivava a tarda sera e si continuava a parlarne per qualche giorno.

Altra festa importante era il “Corpus Domini”. Il santissimo, esposto nell’ostensorio più bello, veniva portato in processione nel pomeriggio lungo la strada principale del paese e tutte le finestre erano addobbate festosamente con coperte e tappeti variopinti.

Era, questa, la processione più impegnativa per la Compagnia, che la organizzava nei minimi particolari. Tutti i confratelli vestivano la cappa bianca. Il confratello più anziano, il “Camerlengo”, portava in segno della sua autorità la mantella bordata di azzurro con una grande medaglia appesa al collo. Il “mazziere” manteneva rigorosamente l’ordine predisposto.

In testa alla processione tre confratelli con al centro quello che portava il grande “stendardo” con le insegne del Cristo risorto e della parrocchia. Altri quattro confratelli sostenevano il baldacchino sotto il quale c’erano i sacerdoti salmodianti con al centro quello che, con solennità, portava il Santissimo. La Compagnia al completo seguiva dietro lo stendardo. Seguivano i ragazzi, gli uomini, i chierichetti che precedevano il baldacchino con il Santissimo, il coro e tantissime donne.

Canti e preghiere di alternavano fino al rientro in Chiesa, dove tutto si concludeva con una benedizione solenne.

Durante l’estate e l’autunno i lavori più pesanti come la mietitura, la trebbiatura del grano e il raccolto dell’uva impegnavano e tempo pieno i contadini.

Si arrivava così all’inverno e, dopo le solennità dei morti e dei santi, alla notte di Natale.

Il Natale era la festa più attesa e celebrata con gioia. Il “Presepio” era l’evento più importante. Il bambinello, la Madonna e San Giuseppe, il bue e l’asinello. La stella cometa. Tanti pastori con le pecorelle e tante statuine di gesso dipinto che ricordavano la quotidianità contadina. Il prato di muschio e sentieri fatti di crusca che portavano alla povera capanna.

I contadini si raffiguravano nei pastori che visitavano ed adoravano Gesù bambino. Si visitavano i presepi di altrettante parrocchie per vedere quale fosse il più bello. Chi poteva acquistava qualche statuina, magari una o due ogni anno, ed in casa si faceva un piccolo presepe.

In chiesa la tenerezza era nel cuore di tutti quando si cantavano le dolci nenie natalizie: tra queste immancabilmente “Tu scendi dalle stelle”.

La fine dell’anno, il 31 dicembre, dopo la messa, si ringraziava Dio per l’anno trascorso cantando il “Te Deum”, si imbandiva in ogni casa i “cenone” di fine anno con più abbondanza di carne e dolci e vino buono. Tra balli ed interminabili “tombolate” si aspettava la mezzanotte per brindare al nuovo anno con un bicchierino di “vinsanto” che mai mancava nella cantina, sperando che il nuovo anno fosse migliore di quello passato.

Con gioia e speranza si accendevano lungo le strade grandi fuochi alimentati con la paglia del pagliaio.

E poi arrivava, tanto attesa dai bambini, la Befana con la solennità dell’Epifania. I bambini fremevano impazienti ed appendevano le calze alla cappa del camino. Seriosi pensavano: “Passerà la Befana? Il nonno avrà messo fuori un po’ di fieno per il suo ciuchino? E cosa metterà nella calza, arance, caramelle e cioccolatini perché sono stato buono, o carbone perché sono stato cattivo?”.

La notte era più lunga del solito ed i bambini sognavano i doni più belli, la mattina strillavano di gioia svuotando la calza.

La giornata di festa trascorreva, come quella della domenica ed alla sera c’era anche qualche attimo di malinconia. Il vecchio nonno avvertiva: “la Befana, tutte le feste porta via”.

Ricominciava la vita con il duro lavoro di tutti i giorni.

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Socio del Club

Alcune immagini dei tempi passati

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La “Compagnia” nella processione del Gesù morto

L’albero della cuccagna

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C:\Users\Paolo\Desktop\Lucciola.jpg C:\Users\Paolo\Desktop\corsa-delle-micce.jpg

La corsa delle micce

Lucciola, lucciola …

C:\Users\Paolo\Desktop\Processione-Corpus-Domini.jpg La processione del Corpus Domini

La vendemmia

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C:\Users\Paolo\Desktop\trebbiatura.jpg C:\Users\Paolo\Desktop\pigiatura.png
pigiatura dell’uvaTrebbiatura negli anni ‘30
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Tiro alla fune

Processione di Pasqua

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La tombolata

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Corsa nei sacchi

  1. In ogni parrocchia c’era la “Compagnia”, una associazione volontaria di antichissima tradizione, di soli uomini, che normalmente portava il nome della parrocchia o del suo patrono. La Compagnia svolgeva attività assistenziali, la sua funzione prevalente era quella di “portare” i morti. I soci “portatori” portavano la salma dall’abitazione alla chiesa, per la benedizione, e da qui al Camposanto. Indossavano, ed indossano tutt’ora, una cappa bianca che alle spalle aveva appuntato un cappuccio con due fori per gli occhi, con il quale si coprivano la testa e la faccia in caso di epidemie.
  2. Bianca Regina Fulgida” era ed è l’inno che racconta la storia miracolosa dell’immagine delle Madonna del Conforto veneratissima dagli aretini. Il 15 di Febbraio di ogni anno, in duomo, si festeggia la Madonna del Conforto. In quel giorno da sempre si verifica uno straordinario ed imponente pellegrinaggio di gente, famiglie, di parrocchie. Decine di migliaia di persone che passano davanti all’altare della Madonna adornato e colmo di fiori, portando una candela e ri-cevendo la benedizione di un sacerdote

 

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