Nanni Cheli *, Autore dell’articolo

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Storie dal medioevo aretino

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Salendo a piedi la Piaggia del Murello di Arezzo, sei costretto a soffermarti spesso, sia per non farti travolgere dalle auto che scendono a velocità solitamente pericolosa, sia perché la ritta è tale da obbligarti a riprender fiato più volte.

È così che diversi anni fa ho scoperto, sopra uno di quegli usci antichi incorniciati da solenni archi di pietra, un curioso stemma nobiliare con una pantera rampante e una piccola mezzaluna scolpite a rilievo.Qualche anno dopo per pura coincidenza sono andato ad abitare proprio in quella casa e le ricerche imposte dalle Belle Arti chiarirono che il palazzo fu eretto tra la fine del XIII e l’inizio del XIV sec. e che almeno a partire dal Cinquecento fu abitato dalla famiglia Mauri, alla quale fa riferimento lo strano blasone.

Successivamente, sfogliando per caso un dizionario dei nomi, trovai alla voce Mauro: dal latino Maurus, cioè abitante della Mauritania. In breve moro, o saraceno.

Passò altro tempo prima che mi capitasse tra le mani il volume Immagine di Arezzo, opera inestimabile di monsignor Tafi, che rendeva i colori all’arme dei Mauri: sul fondo azzurro una mezzaluna d’argento e una pantera rampante, al naturale.

Indizi, provocazioni ripetute che stimolavano una domanda: che ci faceva una famiglia di origini moresche tra i ranghi nobiliari di una città dove quasi tutte le casate erano longobarde e che aveva vissuto così drammaticamente le scorrerie saracene da inventarsi una giostra contra burattum?

Come sa chi l’ha letto, il libro del Tafi è una miniera: io vi scoprii che a fianco del palazzo Mauri si trovava la fonderia di Iacopo detto Campanella; che sulla destra della via per chi sale c’era un muro oltre il quale spaziavano campi ed orti, assecondando il declivio quasi brusco del colle; che all’angolo col vicolo del Marcianello, già allora chiamato così, sorgeva e sorge tuttora la casa-torre dei Ricoveri, ghibellini ma consorti dei Gamurrini, che abitavano poco più in basso ed erano invece guelfi; che l’originale chiesa di Santa Maria in Gradi, o in Graticciata, non era girata come l’attuale ma orientata, con la parte absidale rivolta ad est, e quindi dava il fianco alla via; che più in alto sulla destra c’era una fonte, mentre a mancina si vedevano ancora i ruderi di una villa romana.

Seppi infine che la Piaggia del Murello nel medioevo era detta Ruga Mastra, per essere la principale direttrice che scendeva dal colle ed usciva dalla città in direzione di Firenze, solco che ripercorre l’antico decumano massimo.

Con quella messe di informazioni mi pareva che la via ritrovasse l’aspetto antico, e intorno ad essa tutto il centro, con le contrade e i canti, le scale e le platee. Cominciai a veder muoversi in quegli scorci urbani i personaggi del tempo e fui tentato di seguirne i pensieri e le azioni. L’epoca era stimolante: uno dei periodi più intensi, tragici e gloriosi insieme, del nostro passato. Anni di crescita tumultuosa e di cambiamenti radicali, di vitalità creativa e di odî viscerali.

Quando la tentazione divenne troppo forte, mi ritrovai col giovane Mauro dei Mauri ad ammirare pensieroso il cantiere della sua casa sulla Ruga Mastra, nel freddo della notte di Natale del 1288. Una notte rischiarata da mille torce in lento movimento, che salivano al colle di San Pietro agitate dal tramontano, per assistete alla messa di Natale nella nuova cattedrale, che il vescovo Guglielmino degli Ubertini avrebbe consacrato proprio in quella occasione.

Mi unii al gruppetto che comprendeva anche suo padre Pietro e l’amico Giunta dei Ricoveri e salimmo insieme faticosamente.

Ci fermammo in cima, proprio dove comincia via Ricasoli, detta allora contrada del Lastrico per essere l’unica lastricata di tutta la città, o anche del Foro perché partiva dall’insellatura tra i due colli aretini, dove rimanevano visibili resti del foro romano e che sarebbe stata progressivamente colmata nei secoli a venire, fino a creare l’attuale spianata del Prato.

Mentre riprendevo fiato accadde un fatto increscioso: un corteo di cavalieri fendeva prepotente la folla provenendo dalla zona di San Clemente, allora del Fondaccio. La gente, impaurita, sbandava e gridava e premeva, finché uno dei cavalli si alzò sulle zampe posteriori roteando quelle anteriori sulle teste dei più prossimi. Vidi con orrore che stava per abbattersi proprio su Mauro. Il giovane si salvò per un soffio buttandosi di lato, avvertito da un provvidenziale grido di suo padre.

Ci affrettammo a soccorrerlo, quando riconoscemmo i colori degli Ubertini e fra loro lo stesso vescovo.Quello che aveva mal controllato il suo palafreno, un giovane superbo con la testa coperta dal camaglio e nella mancina, insieme alle redini, l’elmo pentolare col cimiero a ventaglio, si ritenne chissà perché offeso dall’incidente che lui stesso aveva provocato, e fece schioccare in aria una frusta per punire il malcapitato ragazzo.

Ma Pietro fu più lesto e l’afferrò al volo con la destra, che mancava di tre dita perse quell’estate nello scontro coi senesi alla Pieve del Toppo. Rinforzando la presa con la mano sana stava per tirar giù di sella l’arrogante cavaliere, quando Guglielmino intervenne con la sua autorità per riportare la calma: era lì per tutt’altro motivo e non voleva che un episodio banale guastasse la solennità di quella notte.

Il corteo riprese la sua marcia verso il duomo e noi ci chinammo a veder le condizioni di Mauro, che sembrava stordito ma non mostrava segni di ferite. Tra la folla che mugugnava contro la brutalità del vescovo guerriero e dei suoi, si fece largo una fanciulla con una brocca d’acqua.

Su Mauro si china un bel volto regolare e fine, l’incarnato roseo acceso da due grandi occhi neri e incorniciato da ciocche di capelli scuri, che spuntano dal cappuccio mal trattenute dal nastro che le decora la fronte. Il sorriso aperto e sincero riconcilia con la vita.

Ecco, fatta conoscenza anche della Berta, una schietta ragazza nata e cresciuta a Santa Firmina, non mi rimase che seguire i nostri amici tra i mille casi che ancora li attendevano, quella stessa notte e nei mesi successivi, per le contrade dell’Arezzo medievale oggi in parte scomparse oppure ancora riconoscibili ma con nomi diversi, intorno ai tanti cantieri che erano aperti in città in quel secolo di costruttori, e in mezzo alle infinite battaglie e scaramucce che sconvolgevano i giorni e le notti di quegli aretini rissosi e partigiani, orgogliosamente ghibellini ma prudentemente disposti a giudicare secondo convenienza.

Mi trovai in un turbinio di vicende, dove storie di vita quotidiana si intrecciavano ad eventi eccezionali. Fede e passioni, ideali ed interessi, perenne stato di guerra e voglia di pace coinvolgevano gente semplice e personaggi storici. Le fazioni dettavano le regole di un gioco in cui ognuno s’illudeva di prevalere, ma dove nessuno alla fine vinse veramente, e tutti vennero trascinati al tragico appuntamento con la piana di Campaldino, nel sabato di San Barnaba, l’11 di giugno del 1289.

Così è nato Ruga Mastra, un viaggio nell’Arezzo e nella Toscana di fine Duecento, nel tentativo di portare con me anche i lettori, alla scoperta di quello che fu e di quello che avrebbe potuto essere, di che non c’è più e di quello che è rimasto ma che va saputo vedere, di una storia quello fatta di nomi familiari e vissuta in luoghi noti ai nostri occhi e percorsi dai nostri passi. Un viaggio e non un processo, una visita curiosa evitando giudizi o forzature: la storia è nostra non perché ci appartiene ma piuttosto perché le apparteniamo, ne siamo figli e frutto. Con l’obbligo, possibilmente, di non ripeterne gli errori.

Mauro è stato la mia guida ideale, protagonista coraggioso di un’epoca di cambiamenti, partecipe di eventi spesso più grandi di lui. Ambisce ad una normale vita da cavaliere ma come tutti i giovani sogna imprese gloriose. Estraneo per discendenza alla classe dirigente teutonica, guardato con sospetto e sufficienza dai signori feudali per la sua pelle appena un po’ più scura e i piccoli segni di una lontana diversità, riesce proprio per questo a cogliere le debolezze dei potenti, il disinvolto cinismo e la miope grettezza di molti di loro.

Mauro è l’anello di congiunzione tra la semplicità quotidiana di ogni storia personale e la violenza dei grandi avvenimenti che nascono spesso fuori, senza e contro di noi, ma che poi ci coinvolgono e qualche volta ci travolgono. Le vicende della repubblica aretina sono il punto di saldatura tra l’esperienza dei comuni mortali e la grande storia. L’epopea di Campaldino è il paradigma dell’eterna contraddizione tra la ricerca di un progresso soltanto economico e la difesa di valori nobili ma elitari e statici.

Qualcuno ha definito Ruga Mastra un romanzo toponomastico, e forse in parte lo è, nel senso che riporta in vita i nomi e l’anima antica dei luoghi che conosciamo, in città e nel contado. Perché non ci è toccato di vivere in un posto qualunque ma al contrario in uno scrigno dove i secoli hanno accumulato innumerevoli storie di uomini e donne. Da questo scrigno si leva, più vivo che mai, quello che viene chiamato, con un’espressione per una volta non inglese ma latina, il genius loci, lo spirito che ci lega a questa terra e ce la fa vedere diversa e migliore di qualsiasi altra.

Relazione tenuta il 25 ottobre 2007

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Nanni Cheli nasce ad Arezzo nel 1953. Il suo esordio narrativo è del 2004, col romanzo breve L’arca di pietra, che ottiene subito riconoscimenti significativi: finalista al Premio Casentino e premio ‘Mario Soldati’ 2005 a La Spezia, figura anche nella terna del Premio ‘Garcia Lorca’ a Torino. Sempre nel 2005 esce una breve Vita del Petrarca a fumetti disegnata dalla figlia Lucia, per la quale scrive i testi. Ad alcuni racconti confluiti poi in Ruga Mastra vanno nuove attestazioni: ancora finalista al Premio Casentino, selezionato al Premio Arno e primo premio del concorso ‘Racconti del Medioevo’ a Trieste.

 

 

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