Giulio Rupi , Autore dell’articolo

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L’equilibrio del paesaggio toscano e il nichilismo della moderna Land Art

Le divagazioni in cui si articola questo testo faranno perno su un’antitesi, una polarità fondamentale, che è già nel titolo e che lo accompagna dall’inizio alla fine: la polarità tra natura e artificio, tra un estremo di ciò che è totalmente naturale, estraneo all’intervento dell’uomo e l’altro estremo di ciò che è totalmente artificiale, cioè in tutto creato dall’uomo.

Sono concetti talmente intuitivi che a spiegarli per individuare le caratteristiche dei due poli contrapposti si rischia la banalità, e tuttavia è necessario partire con una breve analisi di queste caratteristiche.

Parto dalla natura, il primo dei due poli, e mi chiedo qual è la caratteristica delle cose naturali, gli oggetti della natura: in primo luogo salta agli occhi la loro complessità, il fatto che le loro forme sono estremamente complicate, di una complessità che si mantiene tale a qualunque scala noi li osserviamo: gli oggetti della natura restano complessi per quanto da vicino o da lontano andiamo a guardarli.

A motivo di questa complessità è evidente che in natura non esistono due oggetti identici l’uno all’altro perché le forme naturali non sono riconducibili a delle forme precise, alle forme astratte della geometria.

La complessità della natura

Questa caratteristica vale anzitutto per le cose viventi, e basta pensare all’incredibile complessità di un albero, una complessità che si ripete a tutte le scale di grandezza, per esempio passando dall’albero intero ai rami.

La complessità dei rami

Ma la stessa complessità la ritroviamo passando dai rami alla scala delle foglie e fin anche nella ramificazione delle nervature che le alimentano.

La complessità delle venature di una foglia

Ma questa complessità che si ripete a tutte le scale vale anche per la natura inanimata. La varietà e la complessità non sono appannaggio delle sole forme viventi ma le si ritrovano anche, come si diceva una volta, nel regno minerale.

La complessità di una catena montuosa

Ma anche la complessità di una catena montuosa si ripete nella complessità di una singola vetta, dei suoi picchi, delle sue rocce, fino ai singoli sassi o ai ciottoli di un fiume.

Complessità e diversità

E altrettanto vale per l’acqua e le sue forme: probabilmente nei miliardi di anni della storia del nostro pianeta mai si sono infrante su una costa due ondate identiche l’una all’altra.

Quanto sopra riguarda la forma degli oggetti della natura, ma lo stesso può dirsi per i loro materiali e quindi per l’aspetto della “pelle” con cui questi oggetti ci si presentano.

Le venature di un tronco

Così le infinite varietà dei nodi e delle venature di un tronco di legno, così la varietà dei toni di colore e della tessitura della superficie di una pietra naturale.

La superficie di una pietra

Presenta una enorme complessità anche la tessitura della superficie di una pietra del mio giardino.

Niente è riconducibile a uno schema geometrico, a una qualità astratta, se non per approssimazione, perché i materiali di cui sono composte le cose della natura sono anch’essi complessi, sono diversi da punto a punto, non hanno al loro interno e alla loro superficie l’omogeneità di un materiale artificiale costruito dall’uomo.

È difficile ormai, sul nostro pianeta e in particolar modo nel continente europeo, osservare paesaggi in cui tutto ciò che compare agli occhi sia assolutamente naturale. In fondo anche lo spazio è costellato di oggetti artificiali abbandonati dagli uomini a vagare tra i pianeti.

Dopo questa fugace incursione nel regno della natura passiamo dall’altra parte, al regno dell’artificio, al regno delle cose create dall’uomo.

La geometria delle forme artificiali

Anche qui partiamo dalla forma esteriore e vediamo che, al contrario, gli oggetti dell’uomo hanno forme che sono definite da figure astratte, dalle figure ideali della geometria e per questo possono essere riprodotti in maniera da risultare identici gli uni agli altri.

Un tavolo, una sedia, un bicchiere, i mille oggetti da noi costruiti che ci circondano, sono tutti oggetti ripetibili, perché, dal cucchiaio all’edificio, dalla bicicletta all’aeroplano, per quanto complicati, sono tutti composti da parti definite dalle forme della geometria.

Possiamo allora dire che le forme della geometria rappresentano in maniera approssimativa le forme naturali e in maniera esatta le forme artificiali. Così una sfera può rappresentare in forma approssimativa la chioma di un albero mentre rappresenta perfettamente una palla di biliardo.

Adesso, come abbiamo fatto per la natura, passiamo dalla forma degli oggetti artificiali ai materiali che li compongono, e anche qui troviamo che gli oggetti artificiali vengono fatti per lo più con materiali artificiali.

Così si prendono dalla natura i minerali, le rocce, la terra, la sabbia, e attraverso procedimenti che generalmente comprendono il passaggio attraverso il fuoco, si creano materiali adatti a queste nuove forme, materiali omogenei, uniformi, sempre uguali a se stessi, adatti a creare oggetti riproducibili.

Dalla sabbia si ottiene il vetro, dalle rocce si ottengono i metalli e dalla terra la lucida ceramica, con le piastrelle sempre uguali a se stesse, che sostituiranno il muro in pietra, fatto di pietre tutte diverse tra loro.

La plastica, la riproducibilità

E infine si crea la plastica, lucida, liscia e indistruttibile, adatta a modellarsi in forme geometriche astratte e riproducibili, il materiale che meglio si adatta a esprimere le forme dell’artificio e gli oggetti della modernità.

La forma è geometrica, il materiale è omogeneo al suo interno, la pelle è lucida e uniforme.

Un interno: ufficio

Si è visto avanti quanto sia difficile, oggi, incontrare un ambiente tutto naturale. Al contrario si può dire che noi viviamo ormai quasi tutto il nostro tempo in ambienti dove tutto è artificio e nulla è natura: si pensi al nostro ufficio, fatto tutto di oggetti di produzione industriale, di forma geometrica e di materiale artificiale.

Di solito vi manca anche un ultimo residuo di natura, un vaso con una piantina, una piantina stenta perché nessuno se ne prende cura.

Un esterno: la città

O si pensi ancora a una moderna città, fatta di elementi tutti fortemente geometrizzati, edifici rivestiti di pelle artificiale, strade rivestite di asfalto e il tutto privo di qualsiasi presenza della naturalità. La natura è relegata nei parchi e in qualche sparuto filare di alberi.

Nel film di Stanley Kubrick “2001, Odissea nello spazio” l’inizio si svolge in un paesaggio primordiale, prima della comparsa dell’uomo.

Un monolite, che nel film rappresenta l’intervento alieno che induce l’uomo a compiere salti evolutivi, si materializza davanti a degli scimmioni preumani e induce nelle loro menti un barlume di umanità.

2001: l’osso lanciato in aria

Così gli scimmioni imparano a utilizzare le ossa come strumenti di offesa e uno di loro lancia in aria uno di questi ossi che, al suono di un valzer di Strauss, si trasforma in un’astronave.

2001: l’astronave

È la descrizione più efficace che mai sia stata fatta del passaggio avvenuto nei millenni dalla natura all’artificio: nulla è natura all’interno di quell’astronave. Anche il cibo di cui si nutrono i viaggiatori e costituito da pillole di produzione industriale.

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Questi dunque sono i due estremi, le due polarità che ci accompagneranno nel seguito di tutto il discorso.

La vita dell’uomo è tutta sospesa tra questi due poli, l’uomo stesso vive in sé questa polarità perché il suo corpo materiale è un pezzo di natura, il suo cervello è forse l’oggetto naturale più complesso dell’intero universo, ma è proprio quel cervello l’oggetto naturale che crea ed estende continuamente, giorno dopo giorno, il mondo dell’artificio.

E a seconda delle epoche, delle situazioni e degli ambienti in cui vive, l’uomo percepisce queste due polarità, la natura e l’artificio, come più o meno benigne o più o meno ostili: mi provo allora a dire, ed è il punto focale di tutto il discorso, che il giardino è per l’uomo, a seconda delle epoche e dei luoghi, il punto di equilibrio tra il naturale e l’artificiale, il punto in cui l’estraneità della natura viene addomesticata alla misura della mente dell’uomo, il punto in cui il soggetto contemplante e l’oggetto contemplato si integrano a vicenda e si riconciliano in una amichevole armonia mettendo da parte ogni reciproca ostilità.

Ecco allora che, prima di parlare della mia terra toscana voglio (continuando ad utilizzare lo schema duale) portare esempi opposti di questo equilibrio tra natura e artificio, esempi opposti di come questo equilibrio si è realizzato nei più diversi giardini.

Da una parte partiamo con il giardino che l’uomo crea quando intorno a sé percepisce una natura ostile.

La natura ostile: il deserto

Ecco allora l’esempio dell’oasi nel deserto: per vastità immense, intorno all’uomo la natura è nemica e consente di sopravvivere solo in quei pochi luoghi in cui è presente l’acqua.

Di fronte a questa natura ostile l’uomo innalza un recinto e dentro questo recinto costruisce un luogo amico, un luogo ombroso e rassicurante, in cui il rumore continuo dell’acqua che scorre è la colonna sonora di uno stato di felice sospensione dalle fatiche e dai dolori del vivere, relegati al di là del recinto.

L’Alhambra, paradigma del giardino – recinto

E quale esempio di questo giardino murato, del giardino-recinto, non potevo che scegliere l’Alhambra, un giardino che non si trova in mezzo al deserto ma che pure rappresenta il culmine cui l’uomo è arrivato nella realizzazione di un giardino siffatto.

L’Alhambra

Dentro quel recinto la natura, con l’aiuto dell’uomo, diviene benigna: è il giardino arabo ispanico, una delle imitazioni più riuscite del Giardino dell’Eden.

La natura estranea di Giotto

Ma facciamo un salto repentino ad una cultura totalmente diversa, rappresentata dai quadri di Giotto, perché anche nei quadri di Giotto la figura dell’uomo è circondata da una natura che si percepisce estranea, indegna di interesse, rappresentata da scarne, anonime, irrilevanti montagne.

La scoperta della natura con le sue meraviglie non è ancora avvenuta.

Il chiostro

Anche di fronte a questa natura l’uomo costruisce un recinto, che sia il chiostro dell’abbazia medievale oppure l’Hortus conclusus, il giardino delle delizie, dove il piacere dei profumi si unisce al piacere della vista, la vista delle essenze coltivate dall’uomo.

Sono, anche questi, giardini racchiusi, giardini introversi e diffidenti verso il mondo esterno.

Villa Lante a Bagnaia

Infine il giardino all’Italiana, e il suo esempio più alto: il giardino di Villa Lante.

Qui l’altro polo, la natura di fuori, è l’inquietante grotta che, anche se viene portata dentro il recinto, conserva, anche dentro il recinto, una sembianza minacciosa, minacciosa ma subito addomesticata perché di fronte alla grotta l’artificio predomina e non si ferma allo schema dei percorsi, alla forte presenza delle architetture, ma arriva, con l’arte topiaria, a ricomporre in astratte forme geometriche la concreta naturalità delle piante.

E’ un ulteriore passo in avanti verso l’artificio, un passo che coinvolge e modifica l’essenza stessa dell’oggetto naturale e lo forgia nelle forme schematiche del suo opposto.

* * *

La Londra della Rivoluzione industriale

Ma adesso, con un volo repentino, ci trasferiamo sulla sponda culturale opposta. Eccoci allora nella Londra settecentesca della Rivoluzione industriale dove è l’artificio a mostrare (al contrario degli esempi precedenti) un aspetto malevolo e ostile.

È il luogo e il momento del grande salto nella storia dell’uomo, la Rivoluzione industriale, la vittoria esplosiva dell’artificiale. Nella Londra di fine settecento il traffico caotico delle carrozze, l’inquinamento terribile delle manifatture, l’estendersi di enormi periferie suburbane degradate, la disgregazione sociale per un inurbamento travolgente e la conseguente criminalità vengono descritte nei romanzi di Charles Dickens.

È la città, è il regno dell’artificio che adesso si fa ostile, una città necessaria all’uomo, che in massa abbandona le campagne e invade le periferie, ma al contempo una città nemica, fonte di disagio, distruttrice di ogni antica tradizione. Nella dialettica tra natura e artificio il repentino trapasso dall’agricoltura all’industria ha spostato quell’equilibrio tutto dalla parte dell’artificio e la vita dell’uomo è ormai immersa in una realtà tutta costruita.

E quale potrà essere allora il giardino che dovrà riequilibrare quello scompenso, se non un giardino per nulla costruito, che imita la natura, una natura divenuta benigna al confronto con gli eccessi dell’artificio e della città?

Il giardino naturalistico inglese

Un giardino senza confini, che si perde e si confonde nel paesaggio, in cui l’artificio sembra scomparso e l’intervento dell’uomo si nasconde, finge di non essere mai avvenuto.

È appunto il giardino naturalistico “all’Inglese”, e Lancelot Brown costruisce esempi insuperati di quest’altro nuovo equilibrio.

Ma la Rivoluzione industriale dall’Inghilterra si estende sul mondo intero, insieme alla democrazia, e anche il popolo vorrà ritrovare dentro la città quel nuovo equilibrio che i ricchi realizzano nei loro giardini. Sorgono così fin dall’Ottocento i parchi urbani che, dal Central Park di New York a mille altri esempi di parchi urbani, si rifanno al giardino naturalistico all’inglese.

Central Park

E infine andiamo a vedere le miriadi di piccoli giardini che i proprietari di villette e di case a schiera hanno realizzato in questi anni davanti ai loro soggiorni.

Ci accorgeremo che, nella stragrande maggioranza, anche questi giardini sono di impronta naturalistica, così creati per riequilibrare una giornata trascorsa in un ufficio, in una fabbrica, per le vie asfaltate di una città.

Vi ho dunque raccontato, con una velocissima carrellata, un millennio di giardini, per arrivare infine a parlare della mia terra, della Toscana.

Il primo logo del mondo

Quello che vedete è il logo della Coca Cola: ebbene, il logo della Coca Cola è il primo logo del mondo: è il marchio più famoso di tutti.

Passiamo allora al secondo marchio più famoso al mondo. Sapete qual è il secondo logo del mondo?

Il secondo logo del mondo

Il secondo logo del mondo è la Toscana e ci deve essere un motivo perché questo paesaggio rappresenti per l’immaginario collettivo di miliardi di persone in tutto il pianeta un luogo magico, un luogo preso a simbolo della bellezza del mondo.

Qui si può anche ripetere ciò che si è sentito dire mille altre volte: che in Toscana l’uomo agricoltore ha forgiato il paesaggio nella sua interezza, adattandosi alla dolcezza delle sue colline, scandite dalle diverse coltivazioni, costruendo casolari che segnano il territorio in un perfetto equilibrio tra uomo e natura, e così via.

Toscana

Ma più che ripetere tutto questo dirò qualcosa di più, parlerò delle conclusioni cui sono approdato nell’indagare le ragioni più profonde della struggente adesione con cui ognuno di noi si compenetra con questo paesaggio quando ne attraversa i luoghi più caratteristici e incontaminati.

Un’adesione che non può essere soltanto l’innata identificazione con i luoghi natii, dato che viene condivisa da innumerevoli moltitudini che hanno in altri luoghi la loro patria di origine.

Deve esserci allora qualcosa di unico in questo paesaggio, di unico al mondo, subito dopo la Coca Cola.

Dirò dunque che in questi luoghi, in queste colline, la polarità tra natura e artificio che viene ricomposta altrove nell’equilibrio del giardino qui non vale più, semplicemente perché questo equilibrio è già nel paesaggio, perché questo è l’unico posto al mondo in cui il paesaggio e il giardino si identificano, in cui l’equilibrio, la sintesi del giardino è già nel paesaggio. È l’unico posto al mondo in cui non ha senso costruire un giardino perché il giardino c’è già, lì fuori intorno a casa.

E infatti i giardini delle ville toscane non sono altro che pezzi di paesaggio trasferiti dentro il recinto della villa.

Il giardino degli Origo alla foce

Tanto è vero che, all’inverso, una delle vedute più note del paesaggio toscano, questa serpentina di cipressi, non è un paesaggio toscano ma un giardino toscano, il giardino degli Origo, alla Foce, in val d’Orcia, realizzato da Cecil Pincent.

Alla radice dell’immagine di questi luoghi c’è dunque il podere, questa unità costitutiva del paesaggio toscano, che sta alla base dell’attività di un uomo agricoltore che trasforma ogni metro quadrato del territorio realizzando le colture più svariate, le une accanto alle altre, scandite da diversi confini e da casolari e alberature che sottolineano i punti focali di queste colline.

Toscana

Su un territorio che è già tutto giardino, chi si sognerebbe di costruire un qualsiasi giardino al posto dell’aia di un casolare toscano?

Ma per definire ancor meglio le caratteristiche e la dolcezza di questo paesaggio e dell’animo con cui lo si vive, vediamo di partire dall’immagine del suo esatto contrario, l’immagine di un paesaggio dalle caratteristiche opposte e una opposta attitudine a contemplarlo

IL “Sublime”

Ecco una classica immagine di un paesaggio aspro e maestoso, di fronte al quale si intuisce la romantica disposizione al sublime di questo viandante.

Ma a noi moderni non è più il sublime che interessa.

Amiamo anche le Dolomiti e i paesaggi aspri, ma non siamo più dei romantici alla “Sturm und Drang” che si compiacciono di confrontarsi con le forze di una natura maestosa.

Toscana

E dunque il paesaggio collinare toscano è il secondo logo del mondo perché sta nel cuore di ogni uomo che, passato attraverso la modernità e i suoi inevitabili squilibri, vi percepisce la realizzazione di una perfetta sintesi pacificatrice tra natura e cultura, tra oggetto e soggetto, tra il sé e l’altro da sé.

Toscana

Ma il tema del paesaggio toscano e dell’accorato appello per la sua conservazione va affrontato anche scendendo dai cieli della cultura e della filosofia sul più prosaico terreno dell’economia.

E proprio per scendere per terra, e dare un’idea di quanto venga economicamente quotato il secondo marchio al mondo dopo la Coca Cola vi riporto questo racconto di un conoscente: “Eravamo a cena insieme una decina di amici, e a un certo punto abbiamo scoperto che ben sei di noi facevano, o facevano anche, gli affittacamere in campagna, cioè davano a noleggio il paesaggio toscano.”

Chiudiamo per adesso la parentesi toscana, la riapriremo sul finale con l’appello accorato di cui ho parlato all’inizio, e passiamo al nichilismo della cosiddetta modernità.

L’artificio dunque abbiamo visto che è relegato alla città dell’uomo, sempre più astratta, costituita di architetture geometriche, in vetro, in acciaio, sempre più artificiali, dove i giardini e i parchi costituiscono un elemento riequilibratore in cui l’uomo ritrova l’equilibrio tra il proprio corpo e il proprio cervello.

È così?

Dovrebbe essere così, dovrebbe essere naturale che sia così, ma anche qui il diavolo ci mette la coda, e quando il diavolo ci mette la coda non entra subito a gamba tesa: tutti si scandalizzerebbero e lo ricaccerebbero a casa sua.

Il perfido Belzebù, per scompaginare il suddetto equilibrio, per inserirvi un primo seme di confusione, si serve di qualcuno che passi per matto, uno che ha incartato con la plastica perfino il Bundenstag, un signore bulgaro che si chiama Christo Javacheff e che, guarda caso, potremmo definire come “l’anticristo del paesaggio”.

Christo e Janne Claude Javacheff

Questo signore, insieme alla moglie Janne Claude, costruisce in mezzo a paesaggi naturali delle effimere quanto gigantesche installazioni con le caratteristiche della più totale artificialità (per lo più vengono realizzate in una plastica luccicante e colorata) installazioni che creano un effetto di dissonanza e di spaesamento su parti vastissime di un paesaggio.

È la violenza teorizzata dell’artificio che esce dalla città per investire, con inaudita brutalità, il paesaggio naturale.

Running Fence

Running Fence è stata realizzata nel 1976: una cortina di nylon bianco alta cinque metri e mezzo e stesa per quaranta chilometri attraverso il territorio della California. Questa struttura è rimasta in sito solo per due settimane, dopodiché è stata smontata.

Valley Curtain

Valley Curtain è un enorme sipario di polyamide arancione, appeso a un cavo di acciaio lungo 394 metri, messo a chiudere come una diga un’intera vallata del Colorado. È del 1972 ed è durato un giorno solo a causa del vento.

I 3.100 ombrelloni di Christo

Il 9 ottobre 1991, all’alba, 1880 operai aprirono 3.100 ombrelloni distribuiti in varie maniere lungo una linea ideale dal Giappone alla California. Ogni ombrellone misurava 6 metri di altezza e circa 9 metri di diametro. L’installazione è durata 18 giorni.

Surrounded Island

Surrounded Islands sono undici isolotti della Biscayne Bay nei pressi di Miami, che nel 1983 sono stati circondati da 60 ettari di tessuto di polipropilene rosa, galleggiante sull’acqua. L’installazione è durata 15 giorni.

Sono operazioni che creano un effetto di straneamento, di dissonanza e di disagio perché non siamo più di fronte al processo dialettico fin qui descritto: Tesi la natura, antitesi l’artificiale, sintesi il giardino. Qui uno dei due poli, la natura, viene negato nella sua essenza. Quelle strisce di plastica che attraversano un intero territorio, quelle gonnelline di plastica rosa che circondano le undici isole di un arcipelago sono lì per negare autonomia all’altro da noi, a ciò che non è artificiale. Queste opere riducono la natura a corpo vile, manipolabile, disponibile come si vuole all’invasione dell’artificiale, sono un primo passo per modificare il nostro rapporto e la nostra percezione della natura.

Questa feroce provocazione contiene in sé l’utopia negativa dell’artificializzazione totale del mondo, come in quei racconti di fantascienza in cui si vive all’interno di una cupola di plastica nella quale è stato creato artificialmente un intero sistema ecologico autosufficiente.

Queste strutture vengono fotografate e filmate da Christo e con le immagini vendute si recuperano i denari spesi per la loro realizzazione.

Dopodiché vengono smontate e tutto torna come prima.

Come prima, ma con la consapevolezza di un gesto ormai consumato, un gesto e un ricordo ormai irreversibili, un primo seme gettato sulla strada dell’artificializzazione completa di tutto il territorio.

Il seme gettato dal Christo anticristo darà i suoi frutti?

Da qualche parte sembrerebbe di sì, perché in diverse parti del mondo si è cominciato a costruire giardini che hanno recepito quel seme. Per tutti valga un solo eclatante esempio: la Biblioteca Nazionale di Parigi.

Topiaria alla Biblioteca Nazionale di Francia

Qui l’arte topiaria è rivisitata in maniera assai più devastante che nella topiaria di Villa Lante a Bagnaia: qui le piante di bosso vengono geometrizzate ingabbiandole in grate metalliche che le imprigionano e le costringono in forma di parallelepipedo, e lì accanto alberi di alto fusto, piantati in cortili bui, che non ce la farebbero a salire fino alla luce e a stare ritti da soli, vengono tenuti in piedi da collari di ferro e tiranti di ferro solidamente agganciati alle strutture circostanti.

Alberi incatenati alla Biblioteca Nazionale di Francia

La commistione, il connubio tra la pianta naturale e il freddo, artificiale metallo è indecorosamente consumata fino in fondo. La volontà di far prevalere l’artificiale è chiaramente manifestata.

Un altro esempio di questa violenza l’ho trovato recentemente in una visita alla Venarìa reale di Torino, dove, accanto all’originario giardino prospettico alla francese, è stato realizzato un giardino, diciamo così, moderno, dove, per esempio, si fa scempio di questa pianta, costringendola a passare sotto il giogo di un grosso macigno, non si sa bene con quale intento artistico se non quello di suscitare una reazione istintiva di pena e di compassione.

C’è dunque una tendenza attuale, nell’arte dei giardini, a spostare quell’equilibrio tra natura e artificio, togliendo del tutto alla natura la sua autonomia, a un livello che gli autori dei giardini più costruiti, dall’Alhambra a Villa Lante con tutta la sua topiaria, mai si sarebbero immaginato.

E dopo questa constatazione veniamo a un accorato appello, un appello che fa tutt’uno con quanto scritto finora, quasi che quanto fin qui detto non foss’altro che una lunga premessa avente quest’appello come sua conseguenza coerente.

Ho cercato dunque di andare a fondo delle ragioni della bellezza universalmente riconosciuta al paesaggio toscano: il suo essere esso stesso giardino, cioè equilibrio compiuto tra natura e artificio.

Ho mostrato all’opposto quelle che considero le degenerazioni nichiliste con le quali si utilizza l’idea di modernità per giustificare lo stravolgimento di questo delicato rapporto tra uomo e natura.

Ebbene, anche dal nostro osservatorio si possono percepire le avvisaglie di una resa culturale che potrebbe portare alla distruzione dell’equilibrio di questo nostro paesaggio toscano.

Il fatto è che la cultura che ho preso a riferimento in questa mia disamina è una cultura estetico umanistica, che si avvale di termini quali “paesaggio”, “panorama”, “veduta”.

È una cultura che per prima ha denunciato gli scempi perpetrati fin dal dopoguerra sul nostro paesaggio e che tanto ha operato per la sua conservazione: si pensi alle battaglie di “Italia nostra” e alle varie associazioni locali sorte a difesa della bellezza delle città e dei territori.

Da più parti, e con sempre maggiore aggressività, si tende a considerare con un certo fastidio questa cultura e questo approccio, diciamo visuale, ai temi del paesaggio, marchiandola con il termine infamante di “estetismo”.

La frase accusatoria ed emblematica di questo atteggiamento, utilizzata ormai anche dall’assessore del più infimo e sperduto comunello, è la seguente: “Vogliono imbalsamare la Toscana!”.

Si presume così che non si possa sfuggire, anche per il nostro paesaggio, all’incalzare di una modernità intesa nel senso della necessità di individuare un uso intrinsecamente produttivo del territorio, in maniera indipendente dai suoi valori estetici.

Ma, procedendo per una logica solo apparentemente paradossale, se il paesaggio toscano è un giardino, cos’è la manutenzione di un giardino se non un’operazione che prescinde da qualsiasi implicazione economica e risponde soltanto a motivazioni estetiche?

Un giardino lo si conserva con una faticosa manutenzione, direi che lo si imbalsama, perché il piacere che esso ci da è un valore in sé, un valore anche nel caso in cui non si dia (e abbiamo visto che ciò non è vero) alcun ritorno economico.

E allora, cosa fanno di diverso dal mantenere un giardino coloro che, restaurata una vecchia casa colonica cercando di conservarne i caratteri originari, coltivano olivi e viti sui campi di quell’antico podere?

Costoro, da professionisti, impiegati o imprenditori, si fanno agricoltori del fine settimana, si prendono amorevole cura di quei campi, raccolgono personalmente e con i loro familiari olive e grappoli d’uva, ottenendo bottiglie di olio e di vino che risultano infine più costose di una bottiglia di profumo francese.

Che fanno quindi costoro se non “imbalsamare”, cioè salvare questo nostro paesaggio?

Dobbiamo molto a costoro, se questo nostro paesaggio conserva tuttora la propria bellezza, ma si da il caso che, come prima si è accennato, questa cosiddetta “imbalsamazione” sia venuta a coincidere da qualche tempo anche con il maggior vantaggio pratico, nel senso che la vendita di questo paesaggio e di conseguenza dei suoi prodotti al pubblico di tutto il mondo sta diventando il primo motore economico di questa terra.

Ma gli uomini, nella loro follia, sono capaci di andare anche contro gli interessi essenziali della loro comunità, per seguire le loro pulsioni ideologiche.

Lo strumento concettuale con cui si potrà arrivare ad accettare la distruzione di questo nostro paesaggio è la sostituzione di quella cultura estetico umanistica con un approccio diverso, un approccio con il quale, dietro la parola “ambiente” e i suoi derivati, si finisce per considerare quei valori visuali del paesaggio come residuali, trascurabili e secondari di fronte ad altre priorità.

Questo testo non è che un piccolo contributo a che non venga distrutta la bellezza della nostra terra in nome di una modernità assolutamente ideologica e con un calcolo tutto sballato dei costi e dei benefici, un calcolo sballato per una terra che sempre di più trarrà la sua forza economica dall’essere, in virtù della propria bellezza, il secondo logo al mondo, naturalmente dopo la Coca Cola.

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Past President 1976-‘77

 

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