Ines Marzi, Autore dell’articolo                                                     

“Scosti la tenda, si faccia vedere!”

Non era stata la comunicazione tramite una PEC che le annunciava di essere positiva al Covid 19, ovvero al temibile Corona Virus, bensì l’irruenza, la scortesia delle due rappresentanti di una forza dell’ordine che la fecero sentire non più solamente malata senza forze ma una infettata, pericolosa, un danno per la società.

Allo ”Scosti la tenda” la disperazione trovò la sua voce, perché fino a quel momento aveva avuto solo lacrime per dirla.

Aveva ora conosciuto quello che spesso aveva sentito descrivere; provava quello che erano le storie dei “Senza voce”, dei “Senza parole” dell’ospedale psichiatrico.

Provava quello che aveva sentito raccontare, quello che aveva visto personalmente tanti anni prima.

Qualcuno, infatti, scriveva da qualche parte che quello o quella era pericoloso a sé ed agli altri e la sua reclusione cominciava.

Era cura? Era la società che si difendeva?Schizofrenia, Depressione, Psicosi, Corona Virus per lei un quel momento era la reclusione in casa propria, senza poter contare sulla presenza di qualcuno, qualcuno che si potesse prendere cura, che avesse la possibilità di controllare “Come stai?”.

La notifica del contagio, della pericolosità sociale era arrivata il giorno 24 marzo!

Da giorni il marito di lei aveva una strana febbriciattola, senza tosse che passava con una semplice tachipirina; dopo appena qualche giorno anche lei cominciò ad accusare strani sintomi: grande debolezza, disturbi intestinali ma soprattutto perdita del gusto e dell’olfatto!

Lui, chirurgo del locale ospedale, visitava tanta gente ma non con i presidi necessari datosi che ormai la malattia circolava in ogni dove.

Come si sa i medici sono riottosi al pensare di diventare pazienti ed anche lui faceva parte del gruppo!

Fino a che lei, non medico, ma attenta capisce che sono malati entrambi e che devono andare in ospedale.

È lei che insiste, è lei che chiama il responsabile del pronto soccorso. Entrambi defedati non possono andare con una sola macchina, secondo le disposizioni impartite, e dunque pericolosamente ognuno alla guida della propria auto arrivano alla tenda approntata accanto al pronto soccorso per eseguire il tampone.

Accolgono lui e lasciano lei fuori al freddo. Lei si impone, spiega che gli è stata accanto e che ora sta male; alla fine i due vengono valutati e presi in carico!

Radiografie ai polmoni, lui ha già la polmonite lei no ma le transaminasi sono evidentemente alterate! Alla fine i curanti, imbarazzanti, ricoverano lui e lei viene dimessa con le seguenti parole: “Mi raccomando signora stia attenta e si riguardi!”.

Lei lo bacia e senza parole se ne va fuori dall’ospedale sapendo che cominciava la sua quarantena.

Era malata? Chi glielo avrebbe detto?

Aveva ascoltato i resoconti su quanto accadeva in Cina prima, in Italia poi; aveva cercato di capire, di prestare la massima attenzione per evitare il contagio.

Preventivamente aveva chiuso lo studio professionale perché cominciava ad esserle chiaro che era ipotizzabile di essere contagiata e di contagiare.

Le era anche chiaro che lui prestava servizio in ospedale e che non erano pronti a far fronte alle semplici precauzioni del caso. Mascherine introvabili; a lui era anche giunta una mail della azienda u.s.l. in cui si chiedeva “che dovevano essere gettate solo le mascherine insudiciate” insudiciate e non contaminate! Forse pensavano alla pizza con il pomodoro?

Mentre lei si allontanava dal presidio ospedaliero non aveva pensiero; aveva la febbre, sentiva freddo; raggiunta la macchina ad oggi non c’è ricordo di come sia arrivata a posteggiarla nel garage di casa.

Aperta la porta di casa la richiudeva dietro di sé! Sola.

Malata? Molto malata? Diventerà grave?

Non avevano dato suggerimenti se non “Si riguardi signora!”.

Nella dimissione: “Usare tachipirina in caso di febbre”!

La casa silenziosa senza di lui improvvisamente diventa paurosa, pericolosa! Lei non conosce bene i suoi funzionamenti. La caldaia? Gli elettrodomestici? L’allarme della casa?

Lui è malato! Quanto malato? Non lo hanno detto chiaramente! “Nel polmone sinistro, alla base, c’è un accenno di polmonite interstiziale”.

Lui la chiama, si informa come lei si senta e lei non può dirlo a lui che si sente incapace, impaurita, che trema per lui e per sé.

La figlia! La figlia è spaventata! Non sa allo stesso modo di come lei non sa.

Prima giornata di quarantena; è il 23 marzo 2020!

Bisogna aspettare il responso del tampone; lui sa già che è positivo al Covid 19, ma spera che lei sia negativa.

Lei ne era invece certa, forse in qualche modo rassegnata.

Prima notte da sola. Non dorme mai; fuga delle idee!

Idee legate a problemi ridicoli quali “Non so mettere il brillantante nella lavastoviglie; lo faceva lui!”. Senso di colpa per non conoscere il funzionamento della lavastoviglie, colpa, vergogna e rabbia per aver studiato ed imparato cose che non fanno partire una lavastoviglie!

Lui come starà?

La debolezza di lei è tale che non riesce neanche ad alzarsi dal letto; cade, respira non tanto bene! Le gambe e le braccia sono quelle di una bambola di pannolenci! Paura!

Parla con lui al telefono; lui le dice che tra qualche giorno sicuramente lo rimanderanno a casa! Lei sente che non sarà così.

Lei si affida alla figlia; è la prima volta! Si affida alla figlia perché si metta in contatto con i medici, lei non può farlo, non può ascoltare neanche le notizie in televisione. La televisione rimarrà spenta per tanti giorni. Non può rispondere alle telefonate di amici, di pazienti; manda dei messaggi. Non ha voce, non ha parole.

Ora sa che il vento soffia forte, che deve piegare la testa, deve piegarla fino a toccare terra come fanno gli arbusti nella savana.

Lei ha fatto, ha affrontato, non si è arresa, ha lottato, si è imposta, è andata pericolosamente, a volte, diritta verso l’obiettivo.

Nulla di tutto ciò che conosceva ora poteva essere utile.

C’era stato un sogno nei giorni precedenti: “Era dentro una stanza, apparentemente chiusa, ma si rendeva conto che il vento aveva portato tante foglie secche in un angolo della stanza e si chiedeva come fare a toglierle”.

Aveva sentito la necessità di raccontarlo come farebbe una parrucchiera che racconta il suo sogno notturno al marito meccanico; aveva avuto bisogno di dire, non di interpretare.

Era stata a volte capace di disprezzare la debolezza, la debolezza di chi si arrende di fronte a ciò che non può prevedere, di chi si arrende al caso! Spesso aveva vissuto con quel desiderio che le veniva dal profondo, disinteressato, un entusiasmo che poteva rasentare quasi la sfrontatezza; era determinazione ad andare avanti, senza voltarsi indietro, insomma a farcela comunque.

Senza forze; nessun programma, curva su un presente fatto di piccole, quasi miserabili cose.

Le notti sono oscene; associazioni di idee quasi insensate; silenzio dentro e fuori. Mette l’allarme ma non chiude le porte a chiave, lascia le imposte aperte, giorno e notte. Giorni che venivano scadenzati da “cosa dice l’emogasanalisi di lui? Quanto satura lui? Cosa dicono i medici”. Il tutto sempre filtrato dalla figlia; brava perché per avere notizie metteva a ferro e fuoco l’ospedale.

Ora lo faceva la figlia quello a cui lei aveva rinunciato?

Amici che chiamano si distinguono fra chi ha bisogno di essere rassicurato, tra chi non regge il minimo accenno al calvario, tra chi invece si presenta alla finestra del salotto per vedere di persona le condizioni di lei. Chi ha affermato di essere pronto a dare un aiuto concreto e chi lo ha fatto come l’amico medico che suggeriva e portava qualche integratore o l’amica, medico psichiatra che la chiamava continuamente perché preoccupata del suo non dormire, o di altri amici che portavano arance e limoni, insomma tutto ciò che poteva in qualche modo sostenerla.

Giorni che avevano preso il via dal 24-03-2020 con la telefonata del burocrate dell’Igiene Pubblica che dice: ” Signora, lei è positiva al Covid 19. Le arriverà una PEC e lei dovrà sottostare a tutte le indicazioni su riportate.”.

Arriva oltre la Pec, la telefonata del Medico di famiglia, amico, che le dice senza preamboli di nessun tipo: “Se respiri male alzandoti da una sedia o salendo le scale, non stare a chiamarmi, chiama subito il 118!”. Mai più risentito, neanche ad avvenuta guarigione.

Ha rialzato la testa da terra nel momento che ha chiamato l’ufficio competente ed ha cambiato il curante; ha dato voce così al diritto di essere rispettata, malata ma rispettata.

I giorni erano scanditi da una organizzazione severa e ripetitiva: alzarsi con fatica, pulizie personali disagiate, mangiare alle solite ore forzosamente perche assenti olfatto e gusto (e presenza di disturbi vari quali una forte nausea, piccole trombo-flebiti agli arti inferiori……) dare aria alla casa, cercare di lasciare in ordine la casa per evitare fatiche impensabili da sostenere.

Poi il tutto condito dall’estenuante attesa delle valutazioni dei medici sullo stato di lui.

Prima in Malattie Infettive, poi la discesa in Pneumologia e come ultima carta da giocare la Rianimazione.

Lui la chiamò al telefono e con un filo di voce (non c’era più scambio alveolare) le disse: “Mi portano in Rianimazione e mi intubano, spengerò il telefono. Tu come stai? Respiri? Ti voglio tanto bene.”.

Le prime due carte non avevano funzionato, rimaneva questa terza, era l’ultima possibilità.

Misteriosamente accadde che quella notte lei riuscisse a dormire 2 o 3 ore! Forse lo seppe finalmente al sicuro! Sentì che lì avrebbero fatto tutto quello che era possibile ed anche di più! Lei sentì che c’era da fidarsi e lui stesso poi confermò che era andato fiducioso che lo avrebbero aiutato.

La figlia continuava ad essere il referente familiare con l’ospedale e lei pazientemente aspettava la sua chiamata in cui le faceva così il resoconto delle condizioni cliniche di lui in modo corretto, senza celare nulla. Nascose invece a lei ciò che lui le aveva raccomandato riguardo le sue ultime volontà.

Non figlia naturale, ma come accadeva nell’antica Roma, era stata scelta come figlia e riconosciuta come tale.

Vie del centro deserte, aretini ligi e rispettosi La vita di lei era stata segnata, scandita dall’impegno, dalle necessità, dal trovare costantemente soluzioni ad innumerevoli problemi; uno dei suoi motti era stato: “Se c’è un problema ci deve essere anche la sua soluzione perché ciò che conta davvero per risolvere quel problema è riuscire a fare la domanda corretta!”.

Questa volta non poteva formulare la domanda giusta per risolvere il problema.

Poteva solo piegarsi a quel vento impetuoso!

Durante l’esclusione dal mondo lei aveva conosciuto l’insensibilità, l’arroganza delle servitrici della forza pubblica ma contemporaneamente aveva avuto la conferma che la sensibilità, l’educazione, la comprensione dell’altro in difficoltà era rintracciabile, era presente comunque negli esseri umani.

Erano stati gli operatori ecologici, quelli che si chiamavano netturbini, a mostrare nei confronti di lei garbo, per non dire gentilezza.

Lei, per decreto rispettabile, non poteva neanche più liberarsi dei rifiuti domestici come tutti e come sempre aveva fatto. Tutto doveva essere rigorosamente imbustato, inscatolato e consegnato all’operatore seguendo una speciale procedura che iniziava con una telefonata.

Essendo molto debilitata anche quelle mansioni diventavano faticose e complicate; lei spiegava a loro di non sentirsi bene e di aver bisogno di un po’ di tempo per fare il tutto.

È proprio con loro che lei ha riavuto la grande opportunità di scoprire il valore dell’uomo che contatta e riconosce la sofferenza.

Con loro sperimentava di nuovo che c’erano individui capaci di garantire la dignità in chi era offeso non solo dalla malattia.

La quarantena, l’isolamento avevano assunto l’aspetto per lei di un vero rotolare verso qualcosa di ignoto.

La solitudine, il corpo che non risponde, un sé corporeo che ha ora dei confini interni ed esterni molto labili; la stessa postura diventata molle e, o rigida è una manovra potente di difesa.

Fidarsi dell’aiuto che può venire dal profondo del sé corporeo per contrastare il Morbo oppure temere e basta? Ecco il senso di un rotolare verso qualcosa di non conosciuto! Quale Natura? Quella matrigna? Quella generosa? Una Natura non idilliaca lei lì la riconosce perché riconosce che il dolore del mondo esiste.

Lei sente il rotolare perché riconosce il potere della Natura, la sua potenza; si lascerà da lei abbattere e soggiogare? Troverà in sé un terreno fertile che possa impedire la sopraffazione?

Dalla Rianimazione, tramite la figlia, arrivavano spiegazioni precise sullo stato di lui! Era stata la posizione prona che lo aiutava moltissimo!

Poi, dopo cinque giorni il suo telefono cominciò a squillare ed apparve nello schermo la loro speciale icona! La rianimatrice aveva accolto la richiesta di lui subito dopo che era stato stubato di chiamarla! Lei sentì che sarebbe vissuto, ora ne ebbe proprio la certezza. Poté capire poco le parole di lui, ma il telefono era stato riacceso, il filo non si era interrotto tra loro.

I miglioramenti di lui diventarono sempre più importanti fino a che risultò negativo addirittura a tre tamponi.

E lei? Lui sarebbe potuto tornare a casa clinicamente guarito dal Covid 19 ma chi poteva dire quali erano le condizioni di lei? Erano passati ventitré giorni dal primo tampone e già da almeno sette avrebbero dovuto essere venuti i sanitari per verificare la sua condizione clinica.

Lei, andando a riesumare l’antica determinazione, riuscì ad entrare in contatto con un medico dell’Igiene Pubblica. Le domande del medico potevano apparire paradossali: “Lei come si sente? Si sente guarita? Deve sapere che ci sono dei soggetti che continuano ad essere positivi anche dopo quaranta e più giorni. E poi diciamolo con franchezza attualmente mancano i reagenti per i tamponi!”.

Lei, rimettendosi l’habitus dello psicoterapeuta, riesce a stabilire un contatto tra umani con il medico, ottiene almeno di avere il suo cellulare per poterlo richiamare tra qualche giorno saltando tutti i “filtri” burocratici del caso.

Finalmente riesce ad ottenere che vengano a domicilio per farle il prelievo del sangue ed il tampone; è il tredici aprile. Tutto ciò era molto importante perché quel giorno sarebbe tornato lui a casa, ma se lei fosse stata ancora positiva tutta la parte della quarantena e della burocrazia, Pec al Sindaco, al Prefetto, al Padreterno, sarebbero ricominciate da capo!

Verso mezzogiorno del giorno in cui era tornato lui, arriva una telefonata da un sanitario, dell’Igiene Pubblica che le dice: “Signora è lei? Il suo tampone risulta negativo, è contenta?”.

Lei si commuove e piange per aver sentito quella gioia che poteva anche condividere ora.

Ma ecco la parte del sentirsi offesa!

Non erano trascorsi neanche 5 minuti dalla telefonata con la buona novella che lo stesso sanitario richiama: “Il tampone di cui abbiamo parlato non è il suo, ma appartiene ad un’altra persona! Il suo non si ritrova!”.

Giri e giri tra le maglie di un mondo di burocrati, dove si scopre che i tamponi vengono inviati sia al locale ospedale che in laboratori privati; forse il suo tampone e prelievo erano andati a quello di Prato Calenzano?

Offesa ed umiliata! Era così che si sentivano i malati di mente dopo che avevano oltrepassato le catene del Manicomio locale; perdevano tutti i diritti di cittadini, di persone e solo per la magnanimità di pochi medici alcuni ce la facevano ad uscire e a non rotolare nella lunga degenza, ovvero a morire in manicomio.

Rifatti poi tampone e prelievo e per la gentilezza e professionalità di una dottoressa di quel medesimo servizio di Igiene Pubblica, ritrovati il primo tampone e prelievo, lei come lui viene dichiarata guarita dal Covid-19 e riguadagna così il diritto di essere cittadina, persona non più pericolosa a sé e agli altri.

Così come i malati di mente non potevano uscire dal Maniconio, così il malato positivo, in quarantena presso la sua abitazione, veniva sorvegliato ma non curato.

Mai lei avrebbe potuto immaginare che avrebbe sperimentato su di sé qualcosa che aveva tanto a che fare con ciò che aveva fatto per impedire che il malato fosse umiliato ed offeso per una colpa non commessa, ovvero quella di essersi ammalato.

Lei aveva conosciuto e sperimentato il sentirsi diversa, un sentirsi diversa che aveva preso forza anche per una corporeità diversa, troppo alta infatti per i suoi tempi, mancina e dunque contrariata, poco incline al compiacimento ecc…

Tutto ciò però le aveva permesso di avere una speciale attenzione, una capacità di relazione con chi non trovava ascolto.

Questa esperienza, che ancora non può dirsi esaurita, potrebbe avere la forza di avvicinare ancora più coloro che non compresi, rischiano di sentirsi sorvegliati, puniti per la loro diversità.

La società ha il diritto di difendersi e di difendere incolumità e salute, ma ha l’obbligo di farlo senza punire, senza offendere ed umiliare.

Ancora malattia come colpa? Lei era entrata in contatto con quella Natura che porta la Malattia, il Morbo, la Follia.

Quelle foglie, foglie secche, presagivano un tempo dove avrebbe primeggiato il decadimento, la tristezza.

Era necessario trovare il modo per liberarsene, ma prima bisognava accettare che un vento indomabile le avesse portate.

Aveva conosciuto la realtà profonda della natura umana dove sono presenti angoscia, paura, panico, violenza, sopraffazione, superficialità, disinteresse, falsità e verità istintuali.

Aveva conosciuto quello che per un certo verso, pensava di aver compreso durante l’ascolto della sofferenza altrui.

Durante quei giorni di segregazione aveva anche sentito dire che quelli che erano invece stati esclusi dalla società per aver commesso delitti orrendi avrebbero potuto godere, in tempi di Corona Virus, di una insperata e non giustificabile libertà, quasi che il Morbo, la Pandemia, per alcuni fossero diventati la lima per segare le sbarre del carcere.

Ai Pazienti, a tutti coloro che soffrono, che hanno conosciuto non sempre la cura, l’accudimento ma invece troppo spesso il giudizio, l’esclusione è rivolto questo racconto.

È il raccontare, è la memoria di ciò che è accaduto che può aiutare le nature umane a trovare altre modalità per risolvere i problemi che comunque ed incredibilmente si ripropongono.

p.s. Ogni riferimento a persone e cose è puramente casuale!

*

Socia del Club

 

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1 Comment

  1. cara Ines,
    mi sembra che Tu abbia fotografato molto bene il senso di esclusione dell’umano sentire dalla società che non vuole malati, che non vuole diversi. Le emozioni, specie quelle negative, non possono albergare nella nostra società; ecco perché sei stata esclusa. Il diverso deve essere isolato, dobbiamo proteggere la società dal diverso; chi sta male non ha diritto ad essere preso in cura, deve essere solo controllato ed isolato (così come avviene per i malati di mente).
    Poi per fortuna ci sono i netturbini, i familiari, qualche amico che qualcosa può fare. Ma l’Istituzione è lontana, anonima, non interessata alle umane difficoltà.
    Ciao Ines e Ti ringrazio ancora per la tua profonda Umanità e per la Tua Capacità di vedere al di là delle
    apparenze. Tuo Roberto Borghesi

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