Silvia Pichi *

 

Da più di due secoli il 15 febbraio ad Arezzo è una giornata speciale. In città aleggia quello spirito straordinario di affrontare le cose che appartiene per natura ai bambini: lo stupore.

La festa della Madonna del Conforto conserva e tramanda lo stupore di quegli artigiani che nella cantina di Domitilla Bianchini, nel 1796, gridarono al miracolo di fronte all’immagine della Madonna che salva gli aretini dal terremoto, lo stupore di trovarsi in processione vicino a centinaia di persone che diventano migliaia dalla mattina fino alla sera, lo stupore di chi ha trovato esaudite le proprie preghiere negli occhi di quel sacro volto, lo stupore che suscita la fedeinaspettata, ritrovata o assiduamente coltivata, lo stupore di coloro che vi giungono, quasi senza accorgersene, trasportati dalla storia e dalla devozione di chi li circonda.

Luigi Ademollo, Il Miracolo della Madonna del Conforto,(Arezzo, Cattedrale)

Da sempre le calamità che hanno portato a temprare la fede dei popoli, i terremoti, le pestilenze, le carestie sfociano nel desiderio di erigere chiese, di costruire cappelle e altari. In questo modo le vicende vissute dalla città restano segno tangibile della riconoscenza e del desiderio di alimentare la fede che ha permesso il miracolo. Storia e devozione si identificano per riscoprire il senso d’appartenenza e l’identità di ogni cittadino.

Per questo diventa naturale che la Celeste Regina nel momento più drammatico che vive Arezzo, tre anni dopo la lacrimazione della Madonna del Conforto quando la città viene occupata dai francesi e spogliata di tutto, rappresenti il simbolo dei movimenti antigiacobini e gli aretini ottengano la liberazione al grido “Viva Maria”.

La Madonna del Conforto , (particolare dell’urna)

Proclamata ufficialmente “Generalissima dell’Armata”, appena il primo nucleo di rivoluzionari si organizza in un esercito disciplinato che arriverà a contare più di quarantamila uomini e a liberare città toscane e umbre, l’immagine della Madonna del Conforto riempie le insegne e le medaglie devozionali diventano fregio distintivo dei militanti. Viene abbattuto l’albero della libertà in Piazza Grande e al suo posto innalzata la croce, per poco si riesce a scongiurare il trasporto dell’immagine della Madonna del Conforto a Firenze, quando ormai è già il simbolo di un’affermazione di fede che coincide con l’esigenza rivoluzionaria e politica ma prima ancora con il bisogno degli aretini di affermare la propria identità di cittadini devoti.

È innegabile che gli eventi prodigiosi del 15 febbraio abbiano portato il popolo ad alimentare un sentimento religioso che spontaneamente si oppose agli invasori in nome di Maria. Un movimento pronto a contrastare ideologicamente quell’illuminismo d’importazione animato da una ferrea logica che, per adeguarsi allo spirito del tempo, proponeva o di ridurre la fede a vago filantropismo o semplicemente di rinunciarvi relegandola nell’ambito della superstizione.

L’immagine della Vergine Maria, invece, era appesa sopra i fornelli dell’ospizio della Grancia, vicino a porta San Clemente, e non poteva essere diversamente visto che si trattava di una cantina di padri camaldolesi dove era giunta la ceramica della Madonna di Provenzano.

Di origine senese, il culto per la Madonna di Provenzano nasce quando Santa Caterina Benincasa appoggia sul muro di una casupola sorta vicino ai resti del castello di Provenzano Salvani l’immagine di una Pietà. Quella stessa immagine viene depauperata della parte inferiore da un’archibugiata di un soldato spagnolo durante l’occupazione che Siena fu costretta a subire nel 1552.

Rimase intatto solo il busto della Madonna. La venerazione per quei poveri resti si diffuse rapidamente per diventare, ad Arezzo, la Madonna del Conforto.

Giuseppe Spagna, Urna della Madonna del Conforto, Arezzo, Cattedrale, Cappella della M. d. C.

i, l’immagine viene portata nell’oratorio dell’Ospizio per ordine del vescovo Niccolò Marcacci, e mentre si predispone la navata destra della cattedrale, la costruzione della cappella è autorizzata nell’aprile del 1796. La progettazione, realizzazione e decorazione si protrae per ben dieci anni, fino al 1806.

L’ architetto Giuseppe Del Rosso si occupa del progetto, l’apparato scultoreo vede all’opera Stefano Ricci, Odoardo Baratta e Angiolo Del Nero ma a sbalordire è il programma pittorico, dagli affreschi murali alle tele, uno degli esempi più significativi del Neoclassicismo in Toscana.

Così insieme al grande Pietro Benvenuti lavorano Luigi Sabatelli, Luigi Catani, Luigi Ademollo, Giovanbattista dell’Era.

Entriamo nella cappella allora. È vero che la decorazione e l’apparato pittorico coinvolgono ma non prima che il nostro sguardo sia catturato dalla Madonna del Conforto.

Madonna del Conforto

(particolare dei gioielli donati)

Il fulcro della cappella rimane l’altare e più che mai l’urna che conserva questa sacra immagine.

È il 1804. Il vescovo Agostino Albergotti può commissionare il tabernacolo per la Madonna e finalmente collocarla nella cappella anche se l’altare è ancora provvisorio, in legno, realizzato su progetto del vicario della cattedrale Bernardino Cellesi.

L’arredo indispensabile per offrire ai fedeli la venerazione della Madonna, la sua urna, si realizza grazie alla benevolenza e devozione di Vittoria Suarez Della Conca ne’ Carducci di Firenze che, in una lettera del 23 febbraio 1803 al vescovo Albergotti, predispone la somma, ricavata dallo “sconto delle sue gioie”, perché venga impiegata a tal fine.

Pietro Benvenuti, Ritratto del Vescovo

Agostino Albergotti (collez. privata)

 

 

 

 

 

 

 

Non ha dubbi Agostino Albergotti, che a uno straordinario orafo della capitale, Giuseppe Spagna, aveva già fatto eseguire parte del suo corredo personale e uno splendido fermaglio di piviale, ad affidare l’esecuzione dell’urna per la Madonna del Conforto.

A mediare i rapporti tra l’orafo e il vescovo è monsignor De Gregorio. Dai documenti scopriamo che l’urna misura 7,6 palmi d’altezza, che il peso dell’argento impiegato è di sei chilogrammi e che, per 690 scudi, lo Spagna concepisce la macchina in metallo dorato” per la Madonna.

Giuseppe Spagna,

fermaglio di piviale

 

 

 

 

Secondo i modelli dei più tradizionali tabernacoli lo Spagna combina putti e festoni in un insieme elegante di gusto neoclassico. Nell’efficace alternanza della luminosità dell’oro e dell’argento recupera elementi settecenteschi in una spontanea tensione alla raffinatezza da cogliere anche nella corona d’oro con quattordici brillanti che esegue nel 1814 per l’incoronazione della Madonna del Conforto.

Alla presenza di più di tremila persone, il 15 agosto 1814, il vescovo Albergotti incorona la sacra immagine ed è lui a dotare la cattedrale degli arredi necessari dopo la spoliazione subita durante la dominazione francese.

A Giuseppe Spagna richiede i busti dei Santi Lorentino e Pergentino nel 1813, i quattro busti per l’altare maggiore con San Filippo, San Francesco, San Donato e San Gregorio, ostensori, calici, candelieri, reliquiari e anche l’urna che gli aretini attendevano da tempo per venerare il Beato Gregorio X.

Tra il 1810 e il 1812 questo orafo lascia ad Arezzo le opere di maggior effetto scenografico.

 

Giuseppe Spagna, San. Filippo e San Francesco,

Arezzo, Cattedrale

 

 

 

 

 

Giuseppe Spagna, San. Donato e San Gregorio,

Arezzo, Cattedrale

 

 

 

Le sue straordinarie capacità esecutive si colgono sia nella realizzazione plastica volta ad un’interpretazione assimilata e personale del gusto neoclassico che nei particolari, a sbalzo e a cesello, tesi alla resa del dettaglio e alla perfezione tecnica.

Tutte qualità al servizio dell’opera più importante che doveva stare al centro dell’altare della Madonna. L’opera che più di ogni altra, per pregio artistico, preziosità di materiale e significato, parla della devozione verso la Madonna del Conforto: il Reliquiario della Pace di Siena.

Questa volta Giuseppe Spagna affronta una sfida diversa, riuscire a valorizzare i doni preziosissimi che la città di Siena, la regina Maria Luisa d’Etruria e la regina di Sardegna Maria Adelaide avevano offerto alla sacra immagine.

Nel 1799 il concistoro senese aveva fatto omaggio alla città di Arezzo, come segno di gratitudine per il sostegno delle truppe del “Viva Maria” per la liberazione della città dai francesi, della pace che Papa Pio II Piccolomini aveva donato a Siena nel 1464.

La pace, oggetto di uso liturgico che il sacerdote porgeva ai fedeli per un bacio prima della Comunione, nell’interpretazione di un artista fiammingo o francese dei primi anni del Quattrocento rimane un esemplare di rara qualità per la raffinatezza del rilievo che rappresenta da un lato la Pietà e dall’altro la Madonna, per la tecnica degli smalti opachi en ronde basse, per la cornice ornata da pietre preziose, perle e pietre cabochon incastonate al centro di petali smaltati e profilati da minutissime perlinature.

La scelta dello Spagna è di collocarla alla base del reliquiario come propone nel progetto che presenta agli Artieri aretini. Si erano tassati settimanalmente raggiungendo una somma di sessanta scudi per la realizzazione del reliquiario.

Una cifra insufficiente destinata a giungere, dopo lunga mediazione del signor Carlo Gabrielli, a cento scudi.

Il carteggio intercorso tra il vescovo Albergotti, gli Artieri e il mediatore Gabrielli con Giuseppe Spagna rivela gli aspetti più interessanti per seguire, passo passo, la realizzazione di questa importante opera d’oreficeria.

Il 9 giugno 1814 gli aretini fanno richieste precise riguardo al primo progetto che lo Spagna propone.

 

Giuseppe Spagna,

Reliquiario della Pace di Siena

Arezzo, Museo Diocesano

 

 

 

 

 

 

 

La parte in bronzo dorato del reliquiario deve essere “di getto per la stabilità e facile da pulirsi”, del lavoro d’argento in foglia non vengono apprezzati i “due pendoni d’argento che cadono lateralmente essendo cosa fragile”; e le zampe della base…… non possono essere delle sfingi, appartengono ad un repertorio che non si addice al reliquiario di Maria e gli artieri richiamano all’ordine l’orafo proponendo angeli e serafini. Naturalmente inviano le dimensioni esatte della pace di Siena da collocare alla base e specificano che la teca deve accogliere la “nappa” donata dalla Regina d’Etruria e il “cuore rosa” offerto dalla Regina di Sardegna.

Maria Adelaide viene descritta da Don Antonio Merli, nelle sue memorie, quando il 21 novembre 1799, al braccio del re Carlo Emanuele di Savoia di fronte alla Madonna del Conforto “si levò dal collo e appese alla sacra immagine l’unica gioia che si era ritrovata nel suo umile vestiario” da quando i francesi l’avevano privata delle sue sostanze. Il brillante rosa, tagliato a cuore.

Giuseppe Spagna propone due soluzioni per questa preziosa gioia, sul vaso con i festoni d’alloro nel fusto oppure nella teca. Fedele al Neoclassicismo, nella struttura del reliquiario e nei motivi decorativi, l’orafo sfoggia modanature a foglie d’acanto e cherubini con ghirlande di rose per la base, mentre le pietre preziose trovano posto secondo una spiccata fantasia che sa condurre lo sguardo dell’osservatore dalla Pace di Siena al grande brillante a forma di cuore al centro della teca.

Una figura di primissimo piano nel panorama orafo italiano, al servizio della camera Apostolica, delle più abbienti famiglie romane, Giuseppe Spagna collabora assiduamente con Giuseppe Valadier fino ad assorbirne la bottega, quella di via del Babuino, vicino a Piazza di Spagna, nel 1827.

Quando i capostipiti di queste due importantissime famiglie di orafi romani, muoiono nel 1839, ad ereditare i loro repertori e la grande perizia tecnica rimane il figlio di Giuseppe Spagna, Pietro Paolo. Infatti, mentre Giuseppe Valadier progetta l’attuale altare della Madonna del Conforto, Pietro Paolo ha già eseguito la lampada pensile per il braccio destro della cappella.

La ricchezza decorativa di chiara adesione al neoclassicismo imperante dell’ambiente romano intorno agli anni venti del secolo si manifesta in questo oggetto destinato ad essere prototipo per gli orafi aretini del tempo.

 

Pietro Paolo Spagna, Lampada pensile

Arezzo, Cattedrale, Cappella della Madonna del Conforto

 

 

 

 

 

 

 

Non lo sarà, però, per Stefano Sardini quando l’Arte della Lana gli affida l’esecuzione della lampada pensile per il pilastro sinistro.

Conscio dell’inevitabile confronto con l’opera romana, l’orefice aretino, con una sobria forma a bacile sbalzata e cesellata a motivi a palmetta, attrae l’attenzione con i tre serpenti che predispongono all’aggancio.

 

 

Stefano Sardini, Lampada pensile

Arezzo, Cattedrale, Cappella della Madonna del Conforto

 

 

 

 

Del tabernacolo per l’altare si occupa invece, Francesco Salmi che può accogliere, grazie alle opere commissionate per la cattedrale, gli input più stimolanti offerti dall’oreficeria romana ma anche da quella fiorentina che in città continua a proporre, accanto agli Spagna, Vincenzo Belli, Vincenzo Brugo, Luigi Sciolet, anche i modelli delle botteghe Scheggi, Guadagni, di Ugolino Francioni e Antonio Papini.

Gli orafi aretini sono costantemente impegnati nella realizzazione di oggetti devozionali per la Madonna del Conforto. E se è vero che personalità di spicco come il canonico Ignazio Rossi da Vitiano, la famiglia Lambardi fino a Papa Pio IX si rivolgono agli orafi romani per donare ostensori, calici, e reliquiari alla Madonna del Conforto è altrettanto vero che dalle botteghe aretine uscivano i vassoi, i leggii, i secchielli che la popolazione aretina portava alla Madonna.

Due grandi occasioni favoriscono i doni più importanti: l’incoronazione della sacra immagine nel 1814 e il primo centenario del miracolo, nel 1896.

I parrocchiani delle chiese di Subbiano, di Tegoleto, di Badia Al Pino, della Chiassa, di Tregozzano, di Puglia, e le fanciulle della prioria della Santissima Annunziata e della comunità di Santa Maria in Gradi, con le iscrizioni che testimoniano la loro devozione, donano arredi alla cappella. Una tradizione che non si è persa ai giorni nostri quando il corredo si arricchisce del calice offerto dal professor Giuliano Censini dell’Istituto d’Arte di Arezzo, il 23 maggio 1998.

Subito dopo la manifestazione miracolosa, l’esigenza della popolazione e dei pellegrini di avere un oggetto ricordo aveva incentivato la produzione orafa delle botteghe locali che producevano targhette devozionali, medaglie da petto e da collo, anelli a spola e a castone con la Madonna del Conforto, ex-voto d’argento.

Nella seconda metà del secolo si contavano già ventinove orafi attivi ad Arezzo e le botteghe di Ferdinando Bottai e Angiolo Borghini erano le più importanti.

 

Medaglie della Madonna del Conforto

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La collaborazione tra gli orafi e gli incisori o i pittori dell’epoca per l’esecuzione delle medaglie devozionali e degli anelli doveva essere costante come Ugo Viviani racconta nei suoi scritti.

A fine Ottocento, per elargire un dono importante, la signora Ernesta Zipoli offre un anello d’oro con l’immagine della Madonna del Conforto, come si legge nell’inventario dei voti di Santa Maria Addolorata della Pieve.

 

Anelli della Madonna del Conforto

 

 

 

 

 

I gioielli che tutt’oggi ornano l’urna della Madonna del Conforto testimoniano la devozione più recente e sono, per lo più, oggetti del secolo scorso. Catene, vezzi di perle, bracciali a maglia.

l Tesoro, oltre a qualche anello, conserva anche una collana con medaglioni a micromosaico da riferire a fine Ottocento. Un esemplare interessante, di probabile fattura aretina, che rappresenta una tipologia in voga all’epoca dipinta da Pietro Benvenuti al collo di Diana Albergotti Della Penna.

Rimangono, invece, un gruppo a sé, la serie di quadretti votivi donati alla Madonna poco dopo il miracolo, tra il 1797 e il 1814.

Una datazione confermata dal fatto che il miracolo avviene in un momento in cui la Vergine Maria è rappresentata senza corona.

Oltre alla tela del noto pittore Raimondo Zaballi, la maggior parte di questi quadretti sono tempere su tavola eseguite da pittori locali.

 

 

 

Raimondo Zaballi, Guarigione, Arezzo, Museo Diocesano

 

 

 

 

 

 

 

Alcuni più capaci, altri dalle limitate risorse espressive, vantano tutti un’attenzione minuziosa verso i particolari della scena come si addice ad un evento miracoloso tradotto con il pennello. Rappresentano momenti di vita quotidiana sconvolta da un pericolo incombente che, secondo la sigla PGR per grazia ricevuta, si sono risolti in un miracolo.

Sono il segno di gratitudine di quei fedeli che hanno voluto testimoniare l’intervento della Madonna del Conforto con una raffigurazione dall’impeto immediato.

Quadretto votivo

Arezzo, Museo Diocesano

Spesso relegati nella categoria dell’arte popolare, rimangono una specifica produzione del territorio nazionale, decifrabile al di là dei codici artistici e da apprezzare per la vivacità del linguaggio. La rappresentazione minuziosa del particolare, la scelta di elementi apparentemente accessori acquistano talvolta un valore simbolico che sfiora il lirismo. Il tratto elementare e compendiario semplifica i volumi e gioca con le macchie di colore usate per infondere intensità e ritmo all’evento miracoloso. L’espressionismo marcato dei volti diventa qualche volta caricaturale. Consueta l’amplificazione dei gesti dovuta agli impulsi emotivi che deformano e accentuano i tratti mentre la materializzazione dei movimenti e dei suoni viene rappresentata come in un atto scenico.

Rimangono espressioni preziose di un genere ormai scomparso del quale è istintivo ammirare il linguaggio efficace e l’impatto emotivo che vogliono suscitare.

Relazione tenuta il 15 febbraio 2007

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Storica dell’arte. Docente di Arti Visive

Aretina

 

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