Claudio D’Amico*

Biodiversità è un termine ormai abituale nel dibattito sui temi dell’ambiente. E’ comune associare al concetto di biodiversità un valore positivo, sintetizzando in questa semplice espressione la complessità delle conoscenze, considerazioni e relazioni tra entità biologiche, situazioni stazionali e tipologie di gestione del territorio, rispetto alle prospettive ed aspettative di salvaguardia della natura.

La biodiversità irrompe in effetti nello scenario internazionale solo alla fine del XX secolo, a suggello della Convenzione sulla diversità biologica adottata a Nairobi il 22 maggio 1992 ed aperta alla sottoscrizione dei Capi di Stato e di Governo riuniti nel summit di Rio de Janeiro del giugno di quello stesso anno. Oggi sono ben 196 i Paesi che vi hanno aderito, gli ultimi Andorra, lo Stato di Palestina e il Sud Sudan nel 2015, con le uniche eccezioni della Città del Vaticano e degli Stati Uniti (!?!?) che non l’hanno in effetti ancora ratificata.

Parlare di biodiversità, in verità, è un po’ come trattare dei massimi sistemi, col rischio di esaurirsi nell’ovvio o nel trascendente, cioè a dire con seria possibilità di perdersi nel nulla. E’allora più conveniente pensare alla biodiversità attraverso la considerazione di alcuni suoi elementi, più circoscritti ed esemplificativi, potendo poi, da questi, ispirare l’appropriazione individuale di un valore etico che rafforzi la convinzione per ciascuno di potere effettivamente contribuire al bene universale. Un approccio del genere penso si possa attribuire alla formidabile enciclica che Papa Francesco ha donato al mondo, partendo dal richiamo dei semplici versi di San Francesco. “Laudato sì, mì Signore, per sora nostra matre terra…”, laddove la Terra, nostra casa comune, è interpretata come sorella e madre per l’Uomo, in una considerazione quindi non altrimenti esposta se non all’amore, assoluto e incondizionato, non mediabile, ma innato e certo, che non può essere tradito. Eppure è così evidente che così non è, che il Papa ha ritenuto essenziale partire proprio da questo argomento per sostenere il messaggio universale di fratellanza e di pace, nell’obbiettivo di recuperare una dignità per ciascun nostro fratello abitante di questo mondo.

Fame, guerre, desolazioni sociali di ogni genere, possono essere affrontate, secondo Papa Francesco, solo a partire dalla salvaguardia dei presupposti della vita umana quali aria, acqua, cibo.

Vediamo allora come poterci addentrare, in tutta modestia, in uno scenario così complesso e infinito, aiutandoci con una rappresentazione concreta offerta da una realtà a noi tanto vicina e cara.

A meno di un’ora di macchina da Arezzo, infatti, esiste una efficace rappresentazione di biodiversità, costituita dagli ecosistemi caratteristici di quel complesso territoriale comunemente noto come Foreste Casentinesi. Parliamo non solo delle foreste del Casentino, ma di un’area più vasta che nella storia, ricostruita e documentata da almeno un millennio, definisce gli ambiti a cavallo del crinale dell’Appennino, ricadenti oggi nelle regioni Toscana ed Emilia Romagna, e nelle province di Arezzo, Firenze e Forlì-Cesena, passate nel corso dei secoli tra le vicende dei Conti Guidi di Poppi, Battifolle e Modigliana, la Repubblica di Firenze, il Granducato di Toscana e finalmente lo Stato unitario, fino ai giorni nostri, con il non secondario complemento delle esperienze dei Monaci di Camaldoli, dai primi dell’anno 1000, e dal 1200 circa anche dei Frati della Verna.

Appena ieri rispetto ai tempi della storia, cioè a dire circa venti anni fa nel 1993, l’area è stata iscritta tra le aree protette d’Italia con l’istituzione del Parco nazionale delle Foreste Casentinesi, Monte Falterona e Campigna. Per dare un senso a questa sproporzione temporale, tra la nascita del Parco e le origini storiche delle sue foreste, trovo emblematico portare ad esempio un semplice Abete bianco che si trova di fronte all’ingresso dell’Eremo di Camaldoli, piantato al margine della radura all’imbocco della strada “Corta” qualche anno prima anzi dall’istituzione del Parco, donato al Corpo forestale dello Stato da una delegazione di studiosi e ricercatori provenienti dalla Baviera, regione del continente afflitta all’epoca dalla temibile preoccupazione del deperimento forestale conseguente alle cosiddette “piogge acide”. L’abete in questi anni si è affermato ed è cresciuto, presentandosi peraltro ai nostri occhi nient’altro che come un semplice alberello, che scompare a fianco degli abeti colossali che compongono la “corona” circostante il perimetro dell’Eremo, voluta dalla regola camaldolese e preservata nei secoli come baluardo della natura a difesa ideale della comunità monastica.

La foresta di Camaldoli ci aiuta a capire qualcosa della biodiversità, valutando infatti il paradosso di come una foresta pur così imponente e unica nel suo genere, non abbia in verità proprio nulla di “naturale”, risultando del tutto artificiale la sua struttura odierna e la sua composizione specifica. L’abetina di abete bianco di Camaldoli, come quella della vicina foresta di Campigna o di Vallombrosa, sono state alterate dalla coltivazione dell’uomo, che ha modificato nel suo interesse il bosco originario, che possiamo solo pensare di immaginare come dovesse essere nella realtà.

Questa diversa espressione di bosco, molto più vicina al modello di bosco originario, è presente infatti nelle adiacenze di Camaldoli, nelle immediate propaggini che digradano dal crinale nel versante opposto della Romagna, in quella che oggi è nota come Riserva naturale integrale di Sasso Fratino, o anche, in buona approssimazione, in alcune porzioni della vicina foresta monumentale della Verna, nel versante sotto il Monte Penna. Qui la tradizione francescana, a differenza di quella camaldolese/benedettina, ha prodotto nel tempo la sola “raccolta” del poco necessario, piuttosto che una coltivazione sistematica e funzionale. Nonostante l’artificialità della foresta di abete bianco di Camaldoli, il Piano di gestione del Parco nazionale ha saggiamente dettato l’indirizzo di salvaguardare anche questa formazione, definendola storico/monumentale, a testimonianza del valore anche biologico che una entità del genere è in grado di dimostrare ed offrire allo studio ed alla conoscenza delle generazioni future.

Sasso Fratino, dicevamo, è un altro elemento di valore assoluto del Parco e, più in generale, della natura d’Italia. Sono pochissimi e assolutamente frammentati i relitti di vegetazione che possiamo ancora riconoscere molto vicini alle condizioni originarie di vita del bosco, in Italia e nell’intero continente europeo. Il Consiglio d’Europa, organismo ben più esteso e ispirato dell’Unione, ha dichiarato quest’area meritevole dell’attribuzione del Diploma europeo delle Aree protette, già nel 1985, riconoscendo i caratteri di unicità e pregio che qualificano le poche realtà che ancora esistono nel continente a testimonianza della natura tipica dei luoghi.

La riserva, la prima del genere istituita in Italia dal Corpo forestale dello Stato nel 1959, nonostante non ci fosse nemmeno a quell’epoca una norma che prevedesse questa possibilità, costituisce il cuore del parco a cui sono state associate attraverso il Piano poche altre superfici circostanti, fino a costituire una frazione complessiva di circa 1000 ettari di Zona A, di riserva integrale, rispetto al totale dei 36.000 ettari di estensione dell’area protetta. Le misure vigenti prevedono la possibilità di accesso all’area esclusivamente per motivi di studio, di ricerca ed educativi, oltre ovviamente alla sorveglianza.

E proprio gli studi che la riserva permette di svolgere, in veste di un vero e proprio laboratorio all’area aperta, hanno permesso di verificare un aspetto che definisce la biodiversità del sito, data non tanto dalla pur apprezzabile variabilità di specie di alberi presenti, quanto soprattutto dalla esistenza di suoli che raggiungono profondità fino al metro, quando la norma di un suolo forestale di media pressione antropica non va oltre i 40, 50 cm al massimo. E’ il suolo infatti lo scenario nel quale esplode la diversità biologica di un ecosistema forestale, se si pensa che a fronte ad esempio di un esemplare arboreo, magari colossale e monumentale, che vegeta su un’area, sono miliardi gli organismi che, grazie alla copertura di quel solo singolo albero, sono in grado di svolgere tutte le funzioni, relazioni e combinazioni della vita biologica.

Ho avuto il privilegio e la fortuna di svolgere per oltre trenta anni il mio servizio di appartenente al Corpo forestale dello Stato in questi posti. Ho vissuto la nascita del Parco e lavorato per allestire il suo servizio di sorveglianza, uno dei primi in Italia affidati al Corpo in virtù della Legge quadro sulle aree protette del 1991. E’stata una esperienza unica e che mi ha segnato non solo professionalmente, ma umanamente e spiritualmente. Oggi rivolgo la mia responsabilità non solo ai tesori naturali del nostro territorio, ma alla complessità del nostro ambiente in questa provincia. Evidentemente c’è da fare, per quanto viviamo in una delle culle della civiltà nazionale, nella constatazione che disattenzione, non conoscenza e interesse individuale hanno provocato e provocano effetti diffusi.

Sono convinto che servire lo Stato potendosi dedicare alla salvaguardia dei beni naturali, che l’ordinamento ha riconosciuto come uno degli elementi fondamentali della nostra identità nazionale, sia stata una possibilità da non poter tradire, dedicando al servizio quell’amore che San Francesco, come San Romualdo o San Giovanni Gualberto, patrono dei forestali d’Italia, hanno insegnato agli uomini di rivolgere alla natura.

Non può esistere un servizio di salvaguardia ambientale, di vera e propria polizia del territorio, sostenuto solo dalla conoscenza dei codici e degli ordinamenti amministrativi. La “preghiera del Forestale” recita con illuminata esortazione “..rendici o Signore più consapevoli di questo privilegiato impegno e mantienici ad esso pienamente fedeli…la vita ci ha posti al servizio del Paese per la conservazione, la cura e la difesa delle cose più belle del creato: gli alberi, gli animali, le acque, le montagne che Tu ci hai donato, al beneficio dell’uomo….”

Ebbene questo è stato il giuramento che, assieme alla fedeltà alla Costituzione, mi ha guidato e muove l’azione degli appartenenti al Corpo forestale dello Stato.

La volontà parlamentare e di governo ci sta indirizzando ad un’altra organizzazione, attraverso il nostro assorbimento nell’Arma dei Carabinieri per la costituzione del nuovo Comando Tutela Forestale, Ambientale ed Agroalimentare. Un’altra organizzazione per continuare a impegnarci nello stesso servizio, con gli stessi obbiettivi e la stessa motivazione. Un’organizzazione che avrà certamente una forza ed una credibilità accresciuta, garantita dalla professionalità e capacità operativa che nessuno in Italia, più dei Carabinieri, ha dimostrato di saper assicurare sempre e comunque.

Porteremo nell’Arma il nostro bagaglio tecnico e culturale, per contribuire ad accrescere la coscienza della tutela dell’ambiente quale obbiettivo ineludibile per la salvezza del pianeta. Papa Francesco ha aiutato a comprendere questa necessità. Ciascuno di noi, nella vita e nel lavoro, può contribuire a difendere nostra sora matre terra, presupposto della comune convivenza.

Relazione tenuta il 14 Luglio 2016

*Claudio D’Amico, comandante provinciale Corpo Forestale

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